Prima che passi nel dimenticatoio, vorremmo ricordare, grazie alla sapiente “penna” di Brunella un altro personaggio che ha lasciato ad Alatri un bel ricordo del suo passaggio in questa vita terrena….

Questuava per le vie di Alatri fermandosi presso le botteghe e le case più ospitali.

Se la tua testa bambina aveva qualche dubbio, ci pensava Fra Renato a fugarlo: era venerdì. Se al tuo cuore svagato ancora non importava che ora fosse, ci pensava Fra Renato a fungere da orologio: erano le 15,30.
Con il saio marrone un po’ inzaccherato, la barba folta, la testa caratteristicamente rasata e la profonda bisaccia di stoffa, ti salutava con il sorriso e la mano alzata già allo spuntare sulla salitella del viottolo.

Se stavi giocando nel piazzale,correvi verso casa precedendolo sull’uscio; se era freddo e stavi facendo i compiti in cucina, riconoscevi il prolungato trillo del campanello.
Era una gioia godere dell’accoglienza con cui gli si spalancava la porta, offrendo ciò che lui preferiva: un bicchierino di liquore – possibilmente la sambuca di Colazingari o la ratafia di nonna Rosina – o un caffè “corretto”.
Odorava di terra e di erbe Fra Renato, forse perché aveva da poco raccolto tenera misticanza, carnosa porcacchia e virtuosa portulaca negli orti del convento.
La “pimpinella”, ecco, sì, proprio quella, era però il suo pezzo forte: una rara prelibatezza per arricchire ed abbellire l’insalata domenicale e per la cui elargizione si doveva aspettare il venerdì del tuo turno di prenotazione.
Quel tripudio di erbe profumate e gustose era anche molto ricercato dalle mamme di giovani spose, attanagliate da strane ed improvvise “fantasie” gravitiche.
Variegati bouquet verdi che il frate mostrava con una certa orgogliosa riservatezza. La stessa con cui a maggio elargiva fragoline succose e saporite o a settembre lucide manciate di more.

Quel selvatico odore di erbe e frutti e qualche sbaffo di fango permanevano sul santino della settimana che Fra Renato immancabilmente ti donava con occhi placidi e sorridenti e che, una volta letto il florilegio sul retro (molto spesso però facevi finta), andava a finire nel cassetto del comodino o tra le pagine di qualche libro a portata di mano.

Lungo il suo lento tragitto, per i bambini più birichini che lo scortavano vocianti tirandogli a tratti la tonaca, faceva apparire magicamente una manciata di tabacco da un piccolo contenitore di cuoio marrone. Bastava annusarlo, per poi starnutire con gran divertimento.

Incontrare Fra Renato era un po’ come “vedere” quel San Francesco che si studiava a scuola o al catechismo. Immaginavi fosse un po’ come Frate Indovino che occhieggiava bonario dal lunario appeso vicino la credenza. La replica più snella del Fra Pappina di “Marcellino Pane e Vino”, che tante lacrime ti faceva versare davanti la tv in bianco e nero.

Però il buffetto sulla guancia, la risatina con cui ripeteva il tuo nome e il dito ammonitore alzato senza troppa convinzione al momento di riprendere il cammino, erano tutti suoi.

“Pace e bene”, era sempre il suo commiato, e una pace benefica sembrava farti compagnia fino al venerdì seguente.

Caro, carissimo Fra Renato!

Solo pochi giorni fa, rievocandolo in famiglia sotto un cielo stellato all’inverosimile, ho scoperto che non era un vero frate, ma un laico che si era ritirato a vivere con i cappuccini di Alatri chissà in seguito a quali traversie.
Una sorta di Fra Cristoforo ernico degli anni Cinquanta dunque, con nessuna fosca storia di cappa e spada alle spalle, ma avvolto da romantiche suggestioni canore.
Un episodio, in particolare, la dice forse lunga sulla sua gioventù post bellica.

Quando aveva da poco iniziato il suo peregrinare per le strade del vecchio centro storico in piena ricostruzione, un’arguta matrona di vicolo d’Erme era solita alzare forte la voce per farsi sentire dal vicinato opportunamente allertato e lo incalzava così:
Fra Rena’, Fra Rena’, qual è la canzon’ d’Sanremo che t’ piac’ d’ ppiù?”.
E Renato, sollevando al cielo i suoi occhi ingenui, prendeva ad intonare:
Vooola, colomba bianca vooola! Diglielo tuuuuu……”.

E tutto il vicolo giù a ridere fino alle lacrime.

Nessuno ebbe mai a notare, però, se il suo sguardo si velasse di malinconica nostalgia…

Brunella Santurro
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