Le Fontane di Alatri

Una volta ad Alatri anche le fontane parlavano. Ora, aride, rinsecchite, danno mestizia e sete, sono mute.
All’ “angelone” di Santo Stefano hanno tappato la bocca con un bullone. La fonte di Piazza Rosa è stata divelta e, dicono, rubata. Per quella, scolpita come una campana, in un angolo esterno del grosso complesso architettonico di Santa Maria Maggiore, la conduttura dell’acqua deve aver perduto la via dello zampino, tanto è il tempo trascorso dalla sua disfunzione.
Quella che ricordo con particolare simpatia, per aver occupato tante ore di attenzione della mia fanciullezza, è la “Monumentale Fontana di Sant’Anna”. Dopo l’avara cena di quegli anni, accompagnavo da Via della Piazza alla sua minuscola abitazione di Vicolo San Simeone, zia Viruccia, che faceva la “pantalonaia” per Ercolino il Sartore, il quali, se qualcuno non lo sapesse, era mio padre. Arrivati a Sant’Anna, oltre una perenne ventata che veniva da Fumone, ci aspettata la fontana che aveva due narici da una delle quali zampilla va acqua in abbondanza e dall’altra… starnutiva. L’acqua usciva a stento, si tratteneva, borbottava e poi schizzava. Sembrava che avesse, insomma, un forte, eterno raffreddore. Tanto che quando l’indimenticabile maestro Sisto Martini, in quinta elementare, spiegò la poesia di Palazzeschi, “La Fontana Malata”, credetti (ma ancora lo penso) che il poeta si fosse ispirato a Sant’Anna.
Clof, clop, cloch
Cloffete
Cloppete
Clocchete…
“È malata, quella fontana, si lamentava Palazzeschi, alla tosse e tossendo fa tossire anche a me. Fatela tacere. altrimenti fa morire anche me”. Ed a Palazzeschi, in Alatri, hanno obbedito. Non solo per la monumentale Fonte di Sant’Anna, ma per tutte le altre.
Le Fontane di Alatri.
Di notte, quando su vicoli e stradine, coperti di silenzio e spennellati dalla luce di lampioni legati a fragili fili, s’erano acquietate le grida di bambini, esse riuscivano a parlare tra di loro. Rarissimi latrati di cani giungevano, ovattati, dalle greggi di pecore raccolti negli ovili di Squarcione a Colleprata.
Da dietro Le Mura si potevano gustare le notti lunari, quelle che d’inverno, facevano brillare le cime argentate di neve di Campocatino e della Monna.
Parlava allora la piccola fontana del Prato delle monache e le rispondevano quelle sottostanti di Baldassare e del Girone. Ed in quelle ore di quiete, sul divano, pare incredibile, i primi canti dei galli di Rampicano, sotto le screpolate mura del pubblico lavatoio.

 

Alberto Minnucci
“L’orologio ad acqua”, Alatri, 1993

Il miracolo della Madonna di Portadini

Sono trascorsi 400 anni dal prodigioso avvenimento.
Dal Miracolo. Fatto poco noto persino a chi ad Alatri ci vive. Il Miracolo della Madonna di Portadini. Si trova immediatamente fuori la prima cinta muraria della città. All’ esterno del tratto meridionale, dove si apre la portella detta di Portadini.
La chiesetta suburbana dedicata alla Madonna della Resurrezione. Nota a tutti come chiesa di Portadini.
Nasce come cappella agricola. Punto di riferimento per i contadini che dai campi risalivano in città. Molto probabilmente di epoca medievale.
La chiesetta, cara agli alatrensi, conserva un’ icona.
Molto preziosa per chi ha fede. Per chi crede.
Un’ immagine. Quella della Madonna della Resurrezione.
Una Madonna ritratta mentre allatta il Bambino.
Gli archivi storici del comune di Alatri conservano un atto notarile assai significativo. A firma del notaio Marcantonio Scascia. Si legge:« Di maggio 1619 se gonfio lo Ciglio della Madonna de Resurresse à Portadini». La storia racconta che un giovane scellerato, nel corso di una partita a bocce, scagliò, bestemmiando, dopo la sconfitta, un sasso contro l’ immagine sacra. Colpita in corrispondenza della guancia, essa si sarebbe subito gonfiata come vera carne, rimanendo da quel momento macchiata di sangue. L’ uomo sarebbe corso via spaventato, e morto, di una morte improvvisa, durante la fuga.
Nel secolo scorso durante dei lavori, sono state ritrovate delle ossa tumulate a settantacinque passi dalla chiesetta, proprio come veniva tradizionalmente narrato. Per alcuni, come si legge in testi poco l’ uomo sarebbe stato punito da Dio per il gesto compiuto. Per altri, e pare la circostanza più plausibile, il giocatore di bocce sarebbe morto per il grosso, comprensibile, spavento, dopo aver visto la Madonna sanguinare. L’ immagine miracolosa viene venerata con grande devozione nel giorno della festa dedicata alla Madonna della Resurrezione. La festa della Madonna di Portadini venne autorizzata il 7 settembre del 1877. Su richiesta del Cappellano della “Congregazione della Madre di Dio” denominata “della Resurrezione” e benignamente accolta dalla Sacra Congregazione dei Riti, per conto del Papa Pio IX. Festa da farsi la quarta domenica di settembre.
Accolta anche la richiesta di poter celebrare, in quella data, una messa. Durante il mese di maggio, mese del miracolo, mese dedicato alla Madonna, a Portadini si radunano, tutti i pomeriggi, alle ore 17, tanti fedeli, per la recita del Santo Rosario.

di Joe Carobolo

tratto da "Anagni Alatri UNO", mensile della comunità ecclesiale - N. 5 - Maggio 2019
immagine: fonte Pertè online

 

 

Ritorno ad Alatri

Nel 1971 in una pubblicazione sulla nostra città realizzata come sempre dall’infaticabile Sor Flavio, dedicata a: “ Ai figli di Alatri, che per motivi di studio, di lavoro o di famiglia sono stati costretti a lasciare la loro terra, è dedicata questa pubblicazione che ha lo scopo di ricordare con scritti e foto di ieri e di oggi,  la città del cuore: Alatri”, Paride Quadrozzi*, anch’egli “ragazzo del gruppo” scriveva questa dedica sempre e comunque attuale (tranne che per gli aspetti ludici del tempo, ormai quasi tutti scomparsi):

Ti sarà capitato o ti capiterà di doverti allontanare per mesi o per anni da casa, dagli amici, dalla tua città:ebbene sappi, il momento più bello, quello che hai aspettato con ansia, è proprio quello del ritorno.
In qualunque paese andrai, o dimorerai, e per qualunque tempo, ti resterà sempre più difficile poter dimenticare i volti a te familiari, la casa dove tua madre t’ha cullato sulle ginocchia, la bottega dove tuo padre ha lavorato, il vicolo dove giocavi a <primera>, quell’orto dove rubavi le <mela>, i compagni che rincorrevi a <chiappaliberi>, «l’ pallin», la « palla d’ pezza», gli «strummuli››, gli «uttui» e la scuola, le «seghe ai cuscian» e Gerardo che ti rimproverava.
Quando ritorni e ti riappare, alla Maddalena, «Ciuta» ed il campanile e le case che degradano lievi dal colle, un sorriso distende il tuo volto: sei a casa.
Fissi a lungo quei tetti, feriti qua e là dal progresso e rivedi la casa di nonna: è quella lì, proprio sotto «ipizzpuzzal» e quella è la stanza dove sei nato.
«Famm’calà a Pilòn», una contadina con accento sicuro, con l’immancabile cesta e due «pullastri», ti distrae da pensieri più gravi e ripeti fra te: <so ruunut››.
La piazza ti accoglie con tutti gli amici davanti al bar, con la semplicità, la scansonatura ed i pregiudizi della tua gente.  A volte proprio questi ultimi hai rimpianto nelle lunghe serate d’inverno, trascorse tra gente che saluti ma che non conosci. Non c’è più la pietra dove giocavi a «primera» e l’orto dove rubavi le mele, non c’è più tua madre e tuo padre, ma è questa la tua gente, è questa la tua terra, dove sono sepolti i tuoi cari.
Amala questa terra, queste pietre sulle quali ti arrampicasti bambino, amale con amore forte perché esse hanno bisogno di chi le ami forte e veramente.

di PARIDE QUADROZZI

*Impegnato per tanti anni nelle attività politiche e amministrative, presidente dell’Ept di Frosinone, sempre disponibile al dialogo, amante della montagna, Paride Quadrozzi è stato un esempio per quanti si sono avvicinati al mondo della politica e della Cultura della nostra città

 

E’ arivat’ i Prufussor da Roma!

Nelle nostre interlocuzioni dialettali, quando nel dibattere si vuole denigrare una persona che  a suo dire “capisce” di tutto, si suole dire: “Ecc’ è arivat i prufussor da Roma”!

Ma come nasce questo modo di dire? Ce lo spiega, come sempre l’amico Amilcare:

Fino agli anni ’50 del ‘900 c’era in Alatri il “banditore” che, trombetta in pugno, faceva il giro del paese ad annunciare eventi, notizie etc.
L’ultimo che ricordo,  non iniziava più con il classico: “Si butta il bando!” perchè , la gente sapeva leggere e c’erano i manifesti.
Era ridotto, ormai, a fare il giro di Alatri, ogni venerdi,  per ricordare che: “E’ arrivato il pesce fresco! Alici,  sarde, pesce fresco!” e ogni mese per avvisare che: “E’ arrivato il professore da Roma! Con gli occhiali per tutte le viste!
Questo “professore” era tanto bravo che, ad Alatri, non si era mai vista tanta gente con gli occhiali!
Tutto questo fino a quando non si seppe che il professore di Roma non era che un semplice ottico.
Da qui… – “Ecc’ è arivat i prufussor da Roma”! –

Forse saranno pochi a ricordarlo, ma sarebbe il caso che qualcuno lo ricordasse, meditate amici, meditate.

Amilcare Culicelli –  Forum Monti Ernici  – http://www.montiernici.it/index.php

Immagine di copertina, fonte: www.amber-ambre-inclusions.info

Il cittadino onorario Nino Manfredi

Sono trascorsi vent’anni dalla consegna ufficiale (in calce, la deliberazione Comunale),  nella splendida cornice di Piazza S.Maria Maggiore, della cittadinanza onoraria al compianto Saturnino (Nino) Manfredi, ciociaro di Castro dei Volsci scomparso il 04 giugno 2004.

L’ Amministrazione Comunale,  allora guidata dal Sindaco Avv. Patrizio Cittadini, ha voluto omaggiare uno dei più grandi attori italiani del 1900; un riconoscimento,  suscitato anche dal nostro Sor Flavio Fiorletta. Nino, aveva avuto un particolare legame con la nostra città, in quanto l’attore ha interpretato il ruolo di un barbiere di Alatri, Marino  nella pellicola diretta da Dino Risi nel 1968 “Straziami, ma di baci saziami” (video)
Il film è sceneggiato dal regista assieme ad Age e Scarpelli ed è una commedia di ambientazione ciociara il cui inizio è a Roma allo Stadio Olimpico, dove si sta esibendo il nostro gruppo folk in una manifestazione folkloristica e dove  avviene il primo incontro con la giovane marchigiana Marisa (interpretata da Pamela Tiffin ),  anch’essa componente del gruppo folk della cittadina…”inventata” Sacrofante Marche (nella realtà il gruppo che ha partecipato alle riprese è il Gruppo Folk Urbanitas di Apiro (MC) che è stato ospite nel nostro Festival nel 2003 proprio per ricordare quella partecipazione insieme)In breve nel film: La loro storia d’amore è ostacolata dal padre di lei, motivo che porta i giovani innamorati a tentare il suicidio sotto un treno. Il treno frena in tempo e loro si salvano. Dopo la morte del padre di Marisa, una vedova inizia a fare delle insinuazioni sulla giovane sartina che va a Roma a fare la servetta ma sarà rincorsa dallo spasimante barbiere il quale, dopo essere stato licenziato come aiuto- barista, si getta in un fiume e in ospedale riceve la visita della giovane che,  nel frattempo, ha sposato il sarto sordomuto Umberto Ciceri (Ugo Tognazzi). Una vincita al lotto farà in modo che il barbiere escogiti uno stratagemma per uccidere il sarto che, a seguito di un’esplosione, riacquisterà voce ed udito. L’uomo, quindi, entra in convento per poter esaudire un desiderio promesso alla madre ed ecco che, sul finale, Marino e Marisa coroneranno il loro sogno d’amore.

La città di Alatri ed il nostro gruppo sono e saranno sempre onorati di aver avuto un cittadino onorario illustre, come Nino Manfredi


Deliberazione n° 34 del 26/06/1999

“Considerato che Nino Manfredi, protagonista di una vita dedicata al teatro, al cinema, alla cultura, allo spettacolo, conserva intatto il profondo e radicato legame con la sua terra di origine verso la quale mai ha fatto mancare amore e riconoscenza;

che con il comune di Alatri ha mantenuto un intenso rapporto di affetto e presenza;
che un vivo e duraturo sentimento di stima e di riconoscenza è presente nella nostra comunità verso il Nino nazionale;
Con voti unanimi,
                                               DELIBERA
Di concedere a Saturnino Manfredi, detto Nino, nato a Castro dei Volsci il 21/3/1921, la cittadinanza onoraria di Alatri con la seguente motivazione:
La Comunità di Alatri è riconoscente a Nino Manfredi per la testimonianza di affetto e per il profondo legame mantenuto con la sua terra di origine e con Alatri”

 

 

21 Giugno.. il natale di Alatri, la città dei Ciclopi

Secondo la leggenda, la città di Alatri nacque da un raggio di sole.
Secondo gli studi di don Giuseppe Capone, è assai probabile che Alatri fu fondata dagli Hetei, Ittiti della Mesopotamia, che raggiunsero l’Italia lasciandosi dietro una serie di costruzioni del tutto simili all’Acropoli di Alatri. Non si conosce la data esatta della costruzione della città, ma il 21 giugno ed il raggio di sole hanno con essa un’attinenza precisa.
La città fu costruita con precisione millimetrica, basandosi sul percorso del primo raggio di sole del solstizio.
In quella data il sole sorge nell’ angolo nord-est del muro orientale dell’Acropoli.
Dopo questo giorno il sole si sposta ogni giorno, fino al 21 dicembre, data in cui raggiunge l’angolo più a Sud della stessa parete.
C’è da perdere la testa a seguire tutte le precisissime misure che collegano l’Acropoli alle varie porte che circondano la città.
Un’ altra caratteristica particolare è la forma della cinta muraria, costruita riprendendo a modello la costellazione dei Gemelli.
                                                                                                                                         di  Paola Stirpe

 

“Accusi parlam nua”

Gli usi patrii sono la più santa cosa umana che sia in qualsiasi nazione, per cui questa si distingue, fa corpo ed anzi ha anima è quasi persona a se: utile il serbarli, felice l’amarli, onorando il difenderli, sventura, danno e vergogna il perderli
(Cesare Balbo –  meditazioni storiche)

Dopo aver citato sempre sul nostro blog il testo Alatri ed il suo vernacolo di Padre Igino da Alatri, era impensabile non parlare del libro sul nostro dialetto, Accusi parlam nua di Flavio Fiorletta.
E lo facciamo proprio con la sua introduzione, con la quale Sor Flavio ci spiega la curiosa genesi dello stesso:

“Questo non è un dizionario etimologico; unico scopo di questa raccolta di vocaboli dialettali e la volontà di fermare nel tempo qualche cosa che, da anni, ci appartiene e che ora sta per scomparire dalla nostra vita giornaliera:il dialetto sempre esistito, centinaia di anni fa, anche derivato dalla lingua latina.
L’iniziativa mi è stata suggerita curiosamente: una mostra del “manifesto turistico internazionale” da me allestita presso i locali comunali ove di solito si facevano le mostre di pittura.
I manifesti, pervenuti da tutta Europa, erano bellissimi ed illustravano, in maniera abbastanza suadente, le splendide città di tutto il mondo: erano  delle opere d’arte!

Ma la mostra finì dopo quindici giorni: “cosa farne di quei manifesti? Buttarli? Bruciarli? ” “No, era cosa insana!”
Ed ecco l’idea che mi venne: fare una manifestazione culturale di interesse etnografico con la seguente impostazione “Un manifesto per ogni trenta vocaboli in dialetto”. Bene!

Vennero stampati  migliaia di fogli, con una foto antica sul davanti e trenta righi all’intero ove poter scrivere le parole dialettali con la spiegazione in italiano. Dai fogli inviati dai ragazzi pervennero ben 32.000 vocaboli, ridotti poi dai primi computers a 6962, cioè quelli che risultano in questo libro.
Motivo del divario? avveniva che ogni ragazzo copiava i vocaboli dai compagni e forse domandavano alle stesse persone, domandavano ai genitori che già si erano inciviliti e ignoravano il dialetto: domandavano ai nonni, alle persone anziane, insomma a tutti pur di poter racimolare trenta “parole antiche” per vincere il manifesto.
Il dialetto c’era in giro, ma non era fermato su pagine per poterlo leggere, ricordare, riparlare come una volta, anche se sentire parlare un ragazzo di oggi in dialetto antico, fa un poco ridere, come se fosse cosa fuori posto. Però ora il dialetto c’è e questo è cosa importante: il dialetto è intrappolato con i vocaboli scritti “dai ragazzi”.
Il libro non ha presunzioni di sorta:
ma tutto esatto? No, ma c`è qualcosa che incuriosisce;
è sbagliato qualcosa? si corregge, si aggiorna, si confronta: ma la base c’è.
E’ da pensare che sono i ragazzi che hanno scritto queste cose e allora
“che ce vulete, ne bove?”
Quando leggerete questo libro, voi che siete grandi, ricorderete tanti fatti accaduti, rivivrete tante storie di tante generazioni più composte, più serie, più lavoratrici, più umane, più rispettose, più ideali.
Leggere questi vocaboli è collaborazione, partecipazione di cui certamente bisogna essere grati e specie a chi, come ha fatto il mecenate Italo Cianfrocca, ha incoraggiato validamente l’iniziativa di ridare al popolo la possibilità di rileggersi con l’aiuto dei “ragazzi scrittori”, nonostante “altri” abbiano rifiutato la collaborazione”

Flavio Fiorletta

Accusi Parlam nua – a cura dell’Associazione Culturale “Luigi Fiorletta”
Stampa Edi.Graf.srl – Tecchiena di Alatri (FR) – Marzo 2000
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I “Garibaldesi”

Sempre grazie alla sempre lucida memoria del nostro amico Amicalcare Culicelli, ci pregiamo di pubblicare un suo ricordo:
“Questa me l’hanno raccontata negli ultimi anni ’50 dello scorso secolo, quando insegnavo nella scuola serale a Vallemiccina, una contrada a sud di Alatri e chi la raccontava aveva 91 anni e diceva ancora che dopo questo fatto scappò di casa per andare con i “garibaldesi”.
Bisogna sapere che allora la scuola serale si faceva presso famiglie disponibili ad ospitarla ed era frequentata, oltre che dalla famiglia, ancora patriarcale, dalle persone interessate, per lo più vicine di casa.
Spesso, nelle lunghe e noiose giornate d’inverno, si andava oltre il leggere, scrivere e far di conto e si stava intorno al camino come in famiglia.
Forse, il fatto si può ascrivere al tempo immediatamente precedente alla presa di Porta Pia, 20 settembre 1870, quando, ricordo di aver letto in un giornale dell’epoca, il “brigante” Garibaldi si aggirava nel sud dello Stato per depredare.
Forse chi raccontava, confondeva i suoi ricordi e faceva sue le esperienze che gli erano state raccontate da altri; Ma, che il fatto fosse vero,  era suffragato dai più anziani presenti,  che lo avevano inteso raccontare e, soprattutto la figlia che diceva che gli era stato raccontato dallo zio, fratello maggiore del padre, insieme ad altre avventure con i “garibaldesi”.
Appena i “garibaldesi” arrivarono, conquistarono subito il Castello di Tecchiena (che allora era una grancia della Certosa di Trisulti) e intimarono ai frati di consegnare il tesoro.
I frati negarono di avere tesori e allora Garibaldi (proprio lui?) minacciò di fucilare un frate ogni dieci minuti fino a quando il tesoro non fosse stato consegnato; passarono dieci minuti e i garibaldesi presero un frate e lo trascinarono via.
Dopo la scarica di fucileria,  i poveri frati hanno avuto appena il tempo di recitare le preghiere della buona morte per il confratello,  che i garibaldesi prendono un altro frate e lo trascinano via.
E passano ancora dieci minuti e ancora, ancora e ogni volta, alle scariche di fucileria, i poveri frati recitano le orazioni della buona morte e negano di avere tesori. – Una strage- .
La scena madre: Erano rimasti, alla fine, il più sempliciotto dei fraticelli e il padre priore ed allora
Garibaldi (?) ordina di portar via il priore.
Il reverendo padre no!” esclama il fraticello gettandosi ai piedi di Garibadi (?). Chiede pietà e si offre al posto del priore, ma Garibaldi (?) è irremovibile e i garibaldesi trascinano via il priore.
A questo punto, per salvare il reverendo padre, il fraticello indica il nascondiglio del tesoro e accompagna i garibaldesi.
Colpo di scena.
Al ritorno il fraticello trova il padre priore e tutti i frati che cantano il “Te Deum” per lo scampato pericolo e pregano per la conversione dei briganti garibaldesi e dei senzadio che combattono la Chiesa.

Amilcare Culicelli – fonte:  Forum Monti Ernici  – http://www.montiernici.it/index.php


Giuseppe Maria Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, Arcipelago La Maddalena, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero.
Immagine di copertina, fonte:www.inuovivespri.it

Ricordi di uno del gruppo

Amarcord… si, ci piace ricordare e far ricordare momenti passati della attività del nostro Gruppo. Dopo il racconto di Alberto Minnucci, ci onoriamo di ricordare un’altra “grossa” figura della nostra città, Giuseppe Fiorletta, amichevolmente per tutti noi “Peppinuccio” …e lo facciamo con un suo scritto:

E’ difficile ricordare quei momenti.Quando provi a farlo ti si addensano nella mente centinaia di episodi. E’ una folla di sensazioni che vorresti affidare alla macchina da scrivere per scegliere quelle più significative, più originali. Ma non ti riesce. Sono avvolte in una nebbiolina tutta rosa. E’ un velario troppo prezioso e ti vien voglia di tenerlo sempre così: a guardia dell’età più bella. A proteggere ricordi che hanno costellato quegli anni rendendoli spensierati e nel-lo stesso tempo utili ad una cultura personale.Ti lasci andare. Accendi una sigarettae pensi. . . Pensi alle ciocie, alle strenghe,ai calzettoni. Pensi a quei volti di ragazzi stranieri amanti di amicizie sincere. Si staglia dall’orizzonte di allora la figura caratteristica di una città, il tran tran di treni internazionali pian piano torna a farsi udire. Eccoci, tutti assieme. Le donne in uno scompartimento e gli uomini nell’altro accanto. Fuori vigila Flavio che fa finta di gustarsi i paesaggi che corrono via. La partita a carte. Una canzonetta in coro. La voglia di bere qualcosa che non siha. Qualcuno ha scovato un thermos di caffé. Un po’ di manovre e il liquido nero cambia contenitore; quello di prima va a finire sotto le ruote del treno. E si giunge a Parigi. Nestore ha scommesso che ci farà passare una bella giornata. Proprio lui, che a Torino aveva vinto un’altra scommessa tracannando d’un fiato una bottiglia di Barbera. Parigi-Le Mans. Sempre in piedi a far la corte alle ragazze di Cosenza … un timido sorriso, un approccio, un ciao schietto che promette bene. Poi gli aperitivi francesi. La sfilata. Le battute di mano. Il nome di Alatri che viene letto con interesse da tutti coloro che hanno avuto dalle mani di Pinuccio il depliant.  Ma le immagini sbiadiscono. Avanzano nella mente quelle di «Italia ’61›› a Torino.
Quelle di Lecco, di Susa, di Milano. Il volto di Maria Teresa si confonde con quello di Cyllj la lussemburghese.  Poi con quello di Sabrina di Monaco. Altri volti. Un albergo dove la notte si gioca ai fantasmi tra l’ilarità generale. Ed ecco un altro villaggio francese.
Una ragazza che piange disperata. .. un amore che sboccia e un altro che si incrina.
Ed ancora in Italia: Roma, Ragusa, Catania, Montefiascone…  Renzo deve partire. E’il destino che tocca ad ognuno di noi. Ma per Renzo si piange. Scorcia lo abbraccia. Tutti cercano di scherzare gioiosamente come quando si era in piena manifestazione dove bisognava tenere alto il nome dell’ Italia e di Alatri in particolare. Uno scherzo gioioso a parole,  mentre dentro, profondamente dentro, tutti sentono che qualcosa si è staccato ed è rimasto lontano …  tutti gioiscono veramente, anche intimamente per la sistemazione trovata, come per la riuscita esibizione sottolineata da fragorosi applausi.

Questo è stato il Gruppo Folcloristico per me.

di GIUSEPPE FIORLETTA

 

Maggio in Alatri

Ci racconta, Luigi Alonzi nel suo viaggio in Ciociaria, “Itinerari di Cioceria” del 1964, incontrando la nostra città,  in una giornata di maggio:

A vespro mi incamminai verso il convento dei Cappuccini, seguendo l’indicazione dei cipressi svettanti sulla collina di fronte alla città, in direzione di borea. Scendevo da Alatri sulla Sublacense, precisamente nel punto in cui i due colli, quello del Convento e l’altro dell’Acropoli, spezzano la discesa per stringersi la mano e reggere il nastro asfaltato della via romana. Una pioggerella sottile, ma più spesso allegra, tagliava l’aria di traverso. Prossimo a tramontare, il sole illuminava tratti di campagna coltivata a grano, e la faceva sorridere, intensa e distesa, tra le alberature del viale fuori di Porta San Francesco. Sul Convento piovevano le luci di un duplice arcobaleno. E io mi tolsi il cappello, ai primi tocchi della campana, e lasciai che la primavera mi ribattezzasse sotto le luci scendenti di una giornata di maggio.
Alatri. Quante rondini a primavera nel cielo di Santa Maria Maggiore, sulla città costruita di pietra, nuova e serena in ogni età, sorta dalla roccia in ogni tempo.
< Non avevo visto città di così bell’aspetto nei monti del Lazio – scrive Ferdinando Gregorovius, – e non ve n’è un’altra di architettura così spiccatamente gotico-romana>. Ma qui, il 1222, reduce da Subiaco e diretto a Gaeta  salì il Poverello d’Assisi e Andrea  da Pisa fusero nel 1303 la campana maggiore della chiesa il San Francesco: qui artefici il cui nome rimane troppo spesso ignorato, tra i secoli e palazzi alla maniera toscana, toscani in parte essi stessi.
Qui l’ arte dei pannilani,  fiori per tempo, e all’ epoca in cui il collegio dei Consoli, il 1173, si mostra per prima volta a indicare che una suprema magistratura vigila sulla organizzazione cittadina, i telai già battevano.  E le arti, nel Comune nascente, cominciavano a raccogliersi in corporazioni di diecine, centinaia di fratelli. Come a dire che l’energia e il civismo dell’antico municipio romano riprendono a destarsi, sensibili all’orgoglio delle opere di pubblica utilità, solleciti al lavoro e all’arte animati di nuova poesia cristiana,  pronti – nell’impeto del risveglio – a conquistare i territori finitimi e a  difenderli dopo la conquista.  Diciotto anni dopo il passaggio di san Francesco, che ad Alatri lasciò il mantello quasi a sigillare nell’amorevole dono, il riconoscimento del recente fervore, fa apparizione nella storia alatrina il primo < podestà>, magistrato supremo e forestiero.  E  l’avvio della produzione dei cardati, dei tappeti e dei feltri con un ritmo largo e accelerato, sì che anche nei paesi lontani ne correva la voce,  e in Alatri città comunale si aprivano mercati e fiere, eleggendovi la marcatura cultori sagaci e devoti .
Si generano così anche in Alatri comunalistica, le attività guerriere e conquistatrici ai danni dei castelli vicini, l’urto interno delle classi, le ire di parte e le offese ripagate col sangue: il ripetersi in piccolo, cioè, di quanto la storia medioevale sa offrire in esempi più vistosi.  E poiché l’arte è vita e  specchio di vita, ecco sorgere nel clima del Comune la robusta semplicità delle chiese di San Francesco e di Santo Stefano, Santa Maria  Maggiore col campanile e la stupefacente rosa sulla facciata, e San Silvestro mistica sinfonia di colori; ecco la casa-torre del cardinale Gottifredi, dai grandi portali,  dritta come una alabarda, e i palazzetti del Trivio,nei quali l’amore del visibile scende ad adornare il luogo delle contrattazioni; ed ecco, con gli ultimi arricchiti, con la recente piccola e media borghesia, la demolizione degli abituri di tufo scuro, raramente e rozzamente imbiancati, ed in sostituzione sorgere numerose abitazioni in pietra scalpellata, sovrapposizione rettilinea di massi rettangolari o quadrati, rosei allora come il volto di queste argute popolane. Memore forza e amor novo spiranti fanno il Comune anche qui, dove, dall’alto, domina ancora il paesaggio  la più superba acropoli italica e mediterranea; e dove, nell’età repubblicana di Roma, Lucio Betilieno Varo, benemerito censore alatrino, aveva già rinnovato la città con un ardito piano regolatore: tracciando a nuovo tutte le vie e rifacendole, unendo il nuovo all’antico nella ideazione di un portico per il quale si accedeva alla Rocca, e costruendo il campo sportivo, il bagno pubblico, l’acquedotto, l’orologio solare, i sedili, il mercato dei viveri, e ponendo termine ai lavori della basilica. Esempio unico in Ciocerìa, lo stile architettonico di Alatri riecheggerà quello delle città toscane, e non poco,  della sua storia interna tende ad avvicinarle. Diresti che il sangue etrusco della sua prima civiltà – il secolo in cui fu costruita l’Acropoli, segno evidentissimo e storico rimasto per lunghi secoli delle gesti alatrine. E direstii ancora che quei germi remotl siano stati ravvivati dai contatti non certo casuali avvenuti in età posteriore, specie quando la via Sublacense, cui Alatri fu stazione quasi unica di transito e certo la più importante, si apriva al traffico delle genti di Campagna ma specialmente agli scambi  culturali e artistici del due piu famosi monasteri dell’ Occldente,  Subiaco e Montecassino.
Al limitare del sobborgo, mentre una ventata di pioggia scrosciante accennava all’acquazzone, scorsi un gruppo di popolane che in fretta e leste toglievano le biancherie tese ad asciugare. Alcune correvano e si agitavano dai balconi e sulle logge, altre lungo gli steccati che  recingevano gli orti o i fili di ferro distesi davanti alle abitazioni. Una bimbetta scalza, trepidante, s’aiutava a sciogliere la capra legata all’unico olivo del suo campicello; vedevo la bestiola nasconderle il muso tra le vesti per evitare  sugli occhi il fastidio dell’acqua. Colsi una scena preziosa, e vorrei dire commovente. Sull’uscio dell’ultimo caseggiato , una madre col suo piccolo in braccio, tenendo la palma aperta sul capo della creaturina,  provava ad uscire e rientrava.  E intanto la vedevo accennare, e gettare esortazioni a gran voce, quasi minacciando. Sollevando l’occhio nella direzione capii finalmente il perché.  Un marmocchio di cinque sei anni, senza giacca, con le brachette a mezza gamba, tirava per quanto poteva la cavezza di un somaro piantato sulla strada, restio ai richiami e beato della pioggia. A ogni strappata, come non fosse affar  suo, la bestia si limitava a sollevar la testa e a scrollare le orecchie; e l’altro, più duro, a tirare e a dirgliene di tutti colori: secco, mordace, secondo lo  stile imprecatorio della commedia plautina 
<Dei te posint ancidere>, – da noi ancor vivo d’una rude freschezza. Rigagnoli d’acqua gelida gli colavano giù per il collo, e la camiciola era un cencio. Stanco e incapace lo vidi piangere ma senza restare dal tener la corda, che seguitava anzi a tirare con quanto di forze gli rimanevano, il pie’ destro in avanti, la schiena all’indietro. Quasi che una innocentissima innaffiata di primavera avesse potuto portaglielo via il suo somaro, il somarello bigio di casa, prezioso e indivisibile come l’anima sua.

Si ringrazia Anna Maria Fiorletta