Da questo splendido contributo di Amilcare Culicelli ad “Alatri Racconta“, vogliamo ricordare e far sapere ai “millennials” che anche nella nostra città una volta passava il treno e c’era la stazione. Era un trenino leggendario che fu dismesso nel lontano…

Non so, ne mi sono preoccupato di sapere, le date ufficiali dell’inizio dei lavori e della inaugurazione della ferrovia a scartamento ridotto Roma-Fiuggi-Alatri-Frosinone, ma da qualche parte ho letto che fu una delle più ardite realizzazioni della ingegneria ferroviaria degli inizi del secolo e toglieva dal secolare isolamento la fascia interna del Lazio, che va da Roma a Frosinone, attraverso i contrafforti dei Prenestini e degli Ernici.

Non c’erano ne strade asfaltate, ne macchine allora, le “barozze” arrancavano e le donne andavano con enormi cesti sulla testa e i braccianti, zappa in collo, misuravano le distanze dall’alba con il suono di altre campane che scendeva via via dai paesi arroccati. E venne il “trenino”: fischiava, sferragliava, spariva e tutti stavano ad aspettare quella meraviglia di un attimo: si diceva di gente che andava a Roma la mattina e tornava la sera, di mercati raggiunti tutti i giorni.

La nostra gente imparò ad usare il suo trenino ed altra gente scopriva che a due passi da Roma c’erano contrade meravigliose.

Tra i miei primi ricordi d’infanzia, il trenino e le gite a Paliano da nonna. Ci sono le corse alla stazione per vedere come le ruote schiacciavano i due vecchi soldi e ne facevano un disco sottile e lucente.
C’è la prima gita a Roma col trenino sospeso su un mare di nebbia dal quale emergevano tralicci della corrente, paesi accoccolati sulle alture ed isolotti da favola con una casetta in cima.

Non ricordo quando m’ accorsi che il trenino raccontava: fu forse quando assistevo ai lavori di una strada sullo Scalambra e partivo ch’era buio e c`era gente che aspettava sul treno e portava speranze: operai e manovali, braccianti ed erbivendoli che ti accoglievano e diventò una famiglia: tascapani, canestri,stie, borse, merende, attrezzi, primizie, preoccupazioni e bambini, una camera di casa, il pozzo, il pezzetto di terra: tessere di mosaico essenziali.

Il “trenino” alla stazione di Alatri

Continuai a decifrare queste tessere quando me ne tornavo la sera dalla scuola serale di Collelavena.
Ero quasi sempre l’unico passeggero. Il personale era stanco e io me ne stavo solo.
Emergevano le voci, le persone, le loro cose, mentre in un angolo tra il vocio, una vecchietta minuta ed energica.

L’avevo aiutata a caricare sul treno il suo sacco di castagne e le avevo offerto il mio posto a sedere.

ll trenino sussurrò appena: “la Volpe”!  e i suoi mille espedienti andarono di bocca in bocca.
Essa ci guardava tutti e i suoi occhietti seguivano quelle sue storie lontane, me le confermavano e ricreavano. Ricordo i suoi occhi che all’improvviso si velarono e la gente ammutolì.
Segni di croce a Pitocco: durante un mitragliamento le avevano ucciso il figlio, il figlio della Volpe che giocava d’astuzia colle SS e le guardie del dazio.
Erano fatti di tanti e tanti anni prima, ma il treno li portava ancora con altre storie, con gli attrezzi di lavoro, i canestri di frutta e verdura, i pesci di Canterno, gli studenti, i gitanti.

D’estate, il trenino si vestiva a festa: da Roma un andirivieni di gente, che andava per le sue vacanze.
Gente senza la frenesia di arrivare, contenta di quel suo trenino, che fischiava e si snodava snello tra la campagna splendida e la gente cordiale: Zagarolo, Palestrina, Cave, Genazzano.
Al Serrone il trenino saliva agile sui fianchi del monte e t’offriva tutta la vallata del Sacco con le sue mille cose; sfiorava Piglio, Acuto e si gettava rischiando a capofitto per la discesa fino a Fiuggi e da Fiuggi ad Alatri e da Alatri alle stazione delle FF SS di Frosinone.
Roma-Frosinone: 60 fermate, sessanta occasioni per noi e per gli altri.

Non c’è più il trenino.
La Regione ha deciso che era un ramo secco nell’economia dei trasporti e in attesa, l’ha tolto.
Aspettiamo. I binari intanto arruginiscono e le erbacce coprono la massicciata, cadono i fili.
Forse la Regione ha ragione: bisogna essere pratici. Non è più tempo di godere il panorama e di scoprire con l’incanto di Porta Maggiore, a Roma o dei castagni di Fiuggi che si è giunti alla meta e non ha senso incontrare storie di persone che non si vedranno mai più. Bisogna produrre col minimo dispendio di energie ed è troppo e costoso il personale impegnato per la ferrovia, troppo costosa la manutenzione e due ore di viaggio da Alatri a Roma sono troppe e sono troppe sessanta fermate.
Allora la Regione ti accorcia il tempo del viaggio per Roma, ma due ore e mezzo sballottati su una corriera puzzolente e senza orari precisi o due ore di automobile nel traffico pericoloso della Prenestina o della Casilina non sono meno di due ore di treno ed il costo di energie e di capitali impegnati non certo minore a quello sopportato per il personale e la manutenzione del treno e della ferrovia.

Ci sono ancora i binari, i pali, la massicciata, i ponti, i muri di contenimento: un capitale di 90 chilometri fatto col sudore e coi soldi dei nostri nonni che aprivano la strada alla speranza dei loro figli.
Capitale inutilizzato, in deperimento. Sta la ferrovia a fianco della strada. Coperta d’erbacce e di rifiuti e la strada è stretta.
Allora, o la ferrovia deve essere valorizzata perche il capitale impegnato sia utile o deve essere smantellata per poter allargare la strada*; sarebbe troppo bello poter sognare una comoda strada per chi ha fretta e una bella ferrovia per chi il viaggio è un’occasione d’incontri.

Non c’è più il trenino e non abbiamo strade decenti. La nostra gente parte e resta, affolla anonima la soffocante periferia a sud-est di Roma. Ha smesso di sognare e di sperare, non ha più storie da raccontare.
Nessuno più trasporta le nostre speranze coi canestri di primizie, gli attrezzi di lavoro, le materie prime ed i prodotti, gli studenti e i gitanti e questo lembo di regione, seguita a perdere le occasioni di dare quanto può valere. E’ una terra aspra che da sempre ha bisogno di costante impegno ed esige tecniche d’avanguardia ma rende e quello che ha reso è ormai scritto solo nei monumenti delle nostre città.

  • n.d.r. Finalmente molti binari e pali sono stati dismessi e la vecchia ferrovia in alcuni tratti ospita una comoda pista ciclabile. Le strade sono state allargate per una più comoda viabilità.
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