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La “calata” dei Ciociari a Roma

Una ciociara con la conca ed un fiore in mano, rivolta verso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, perché? Qual è il nesso? Cercherò di spiegarlo affidandomi ai ricordi, ad alcune foto, poche in verità  e a qualche articolo di giornale.

Taglio del nastro con al centro Il Gen Aloia, a destra il Comm. Silvio Biondi e l’artista Valeriani

Nel settembre 1962, alla presenza del Capo di Stato Maggiore  Generale Aloia (in rappresentanza del Ministro Giulio Andreotti intervenuto successivamente) venne inaugurata presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (nelle due gallerie) la mostra “La Ciociaria vi presenta”.  A fare gli onori di casa,  il Comm. Silvio Biondi, Presidente delle Associazioni tra i Ciociari di Roma e organizzatore della rassegna.
In quell’incontro,  la terra ciociara fu presente,  al suo più alto livello,  con l’intera gamma delle espressioni artistiche, dalla pittura e scultura alla ceramica, dalla letteratura  alla saggistica,  sino alle varie e multiformi attività artigianali, dimostrando di non essere solo terra di pastori.

Il Dott. Franco Evangelisti di Alatri ammira insieme al Comm. Biondi opere dello scultore Giambelluca

Il Comm. Biondi riceve il ministro Giulio Andreotti

Opere di valenti pittori antichi e moderni, italiani e stranieri, fecero gustare paesaggi, antichità storico-artistiche e figure tipiche della Ciociaria. Scrittori piccoli e grandi, Cicerone, S.Tommaso d’Aquino, Giovenale, Maiuri, Bragaglia e tanti,  tanti altri, fino a quelli moderni che avevano illustrato le bellezze della nostra terra. Non meno importante la presenza delle magnifiche opere dantesche e pascoliane di Padre Luigi Pietrobono di Alatri, di Padre Igino e Padre Mariano d’Alatri. Non mancavano i prodotti di valenti artigiani i cui lavori fecero conoscere ed apprezzare le capacità raggiunte. Per quanto concerne Alatri un richiamo all’antico lo offriva l’Oreficeria Pelloni con i suoi coralli tradizionali semplici e pesanti, gli orecchini d’oro di varia foggia e misura e i famosi “pennenti delle nostre nonne. Alessandro Folchi espose una sella riccamente lavorata, insieme ad altri manufatti. Molto interesse suscitò un telaio già approntato per la tessitura e con intorno esposti vari lavori, testimonianza del faticoso lavoro delle  Tesserelle delle Piagge che tanta fama avevano contribuito a dare al panno  di Alatri

 

Quasi  a completamento della manifestazione fu organizzata nei giorni successivi (la mostra durò 10 gg.) una “Caccia al Tesoro” in Ciociaria, intesa come richiamo per un risveglio dell’interesse verso itinerari che natura, origine e arte avevano posto nelle vicinanze di Roma. Molti furono i partecipanti, spesso famiglie al completo, che dalla Capitale si diressero verso i luoghi ciociari indicati dalla ricerca dei “Tesori”.

Ad Alatri,  furono accolti presso il Circolo Amici, dove venne loro offerto un liquore di benvenuto, mentre ponevano domande per captare notizie attinenti alle risposte da dare. La gente, in paese, si mostrò incuriosita e alla fine contribuì a dare indicazioni, riscoprendo con loro,  le bellezze del proprio paese.
Non fu solo ospitalità, ma compiacimento di tutti nei confronti di quanti avevano riempito le strade di Alatri per rendere omaggio alle cose che sono più care, perché restano durante l’arco di tutta la vita.

Fu chiesto se fossero rimasti soddisfatti, la risposta fu unanime “meglio di cosi non poteva andare, state pur certi che torneremo per nostro conto a vedere Alatri ancor più da vicino”!

Depliant di Alatri distribuiti durante la manifestazione

La manifestazione di Roma fu definita, simpaticamente “ La calata dei Ciociari a Roma” e nelle vetrine di Via Nazionale,  furono esposti quadri di soggetti ciociari e slogan invitanti a visitare la Ciociaria. Molti i depliant su Alatri che Flavio Fiorletta aveva fatto stampare e che ragazze in costume distribuivano.

Frequenti erano i contatti tra Alatri e l’Associazione, fu un canale attraverso il quale molti personaggi e artisti vennero nel nostro paese come espositori nelle mostre d’arte, come componenti delle giurie, ma anche in visita privata come Mario Valeriani e Giacomo Manzù.

I gruppi folk di Alatri e Atina portarono, con le loro danze e i loro costumi una ventata di allegria oltre a far gli onori di casa all’interno dell’esposizione; si esibirono davanti al Palazzo al suono del tradizionale organetto che risuonò in tutta Via Nazionale.

Il traffico per qualche minuto si fermò, nessun reclamo, nessun clacson che suonava, anzi incuriosito il pubblico dei passanti approfittò per ammirare i costumi e godere di quelle danze cosi festose che non aveva mai visto. Dai finestrini degli autobus applausi e tanti “bravi!”.

Fu una festa dell’amicizia, della simpatia che univa le nostre contrade con Roma, ma fu soprattutto l’occasione per far conoscere a molti, compresi i turisti, un angolo suggestivo dell’Italia.…la nostra Ciociaria.

Il momento più bello fu la sera,  quando il nostro gruppo, insieme a quello di Atina e ad alcuni organizzatori tra cui il Comm. Biondi (con tanto di “bel figliolo” al seguito, entrato ovviamente nelle simpatie di tutte noi ragazze), ci ritrovammo a cena in una tipica trattoria romana nei pressi del Palazzo. Tavoli all’aperto, con tovaglie e tovaglioli a quadretti bianchi-rossi di stoffa, fiaschi di vino rosso e tanto buon cibo. Tra una portata e l’altra, tra un brindisi e l’altro si eleva il classico canto romanesco, (con una piccola, ma per noi sostanziale modifica) :  “fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de st’Alatri bella, semo ragazzi fatti cor pennello…” e via di seguito mettendo da parte, per una volta, i nostri canti.

Una Roma pittoresca, la Roma di Rugantino che da lì a breve sarebbe arrivato sulle scene (Dicembre 1962). E noi ne sapevamo qualcosa, avendo fatto da poco una audizione al Sistina chiamati da Garinei e Giovannini per studiare costumi e danze in vista dello spettacolo. Trascorremmo una mattinata tra palcoscenico e camerini, ci sentivamo un po’ tutti attori e non riuscivamo a credere di essere “Al Sistina”. Oggi non farebbe più meraviglia, ma pensate a mezzo secolo fa, a quei giovani che da qualche anno si ritrovavano ad uscire ogni tanto dal paesello e per i quali ogni incontro aveva qualcosa di straordinario, oltre ad aggiungere esperienza e sicurezza alla loro vita. Dopo cena un giro nella Roma di notte e… ”tutto d’un tratto te trovi, Fontana de Trevi che è tutta pe te.

Un incanto, a noi sembrava di vivere come dentro una favola, l’eco di “Vacanze Romane” non era ancora spenta.  Una fontana del tutto naturale, in un contesto senza l’accesso numeroso dei turisti di oggi, bianca, illuminata e noi,  seduti lungo il bordo della vasca,  con i colori vivaci dei nostri costumi: il tutto degno di un acquerello dell’800, di una Roma sparita.

Si respirava un’aria magica che solo Roma, a quei tempi, poteva creare. Al ritorno, sul pullman, stanchi ma soddisfatti, con la testa reclinata sullo schienale o sulla spalla del vicino e un po’ malinconici, ma con quel poco di voce che era rimasta, ci venne spontaneo intonare:  “Arrivederci Roma, good bye , au revoir…”  sicuri che non ci saremmo mai  liberati delle emozioni provate.

di Anna Maria Fiorletta


 

 

Necessità di valorizzare le nostre belle tradizioni ciociare

Cosi scriveva molti anni fa il nostro Sor Flavio; una riflessione che se pur datata potrebbe risultare attuale ai cultori delle tradizioni popolari, e come ricordava sempre: nel folklore e nella danza c’è l’animo di un popolo:

“Oggi il folklore ed il ballo italiano sono come li descrisse il piemontese Vajra «i grandi decaduti”: questa l’affermazione che si riscontra nel’ importante saggio sulla danza tradizionale.
ln verità non si può far storia delle religioni, della musica, del teatro, delle tradizioni popolari senza tener conto del folklore in genere e della danza in particolare.

Se noi consideriamo la condizione e la funzione della danza nella società italiana e la confrontiamo con la posizione che occupava e la considerazione in cui era tenuta nei passati secoli, dobbiamo senza meno riconoscere quel che asseriva il Vajra nel 1875, epoca in cui i veglioni carnevaleschi costituivano ancora un avvenimento popolare di grandissimo rilievo; epoca in cui non c’era manifestazione, non c’erano nozze che non terminassero con il tradizionale ballo: oggi tutto sembra esaurirsi e con rammarico si assiste alla discesa di questi valori coreutici e folcloristici.
Quando poi al posto occupato dalla danza nel folclore, anche se ormai in molte regioni non occupa più la posizione di grande rilievo che aveva un tempo, essa è pur sempre legata alle più pure espressioni tradizionali sia per il ciclo della vita umana, sia, e principalmente, per i lavori agricoli.

Ma è il caso di domandarci cosa sia stato fatto in Italia nora di veramente serio per una conoscenza storico-critica, basata su documenti, registrazioni di canti e di musiche per danze, affidate ai modernissimi mezzi sonoro-acustici e se anche per tutto quanto concerne il folklore contemporaneo?
Poco, pochissimo, eccezion fatta per qualche e registrazione di motivi ristretti ad una sparuta cerchia di paesi quando invece l’Italia, dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Lombardia alla Ciociaria, alla Calabria è tutto un campo fertile per riportare alla luce motivi musicali di danze e cori come mezzo idoneo, il più adatto all’affermazione dei valori intrinseci del nostro folclore.
Si sente dire… “che bei costumi…che bei canti..che belle danze”; si vedono sorridere gli occhi per la gioia, quando inizia uno spettacolo di folclore ma più di questo nulla, mai nulla.

Eppure un grande figlio della Ciociaria, Anton Giulio Bragaglia, ha speso tempo prezioso per dedicarsi ad uno studio particolareggiato del folclore e della danza <Danze popolari italiane>  per offrircelo a ricordo di tempi non superati ma rimpianti dalla maggioranza.

Questo libro è l’immagine di uno studio profondo, condotto con un rigore critico: una ricca messe di dati, di notizie, frutto di lunghe, pazienti ed utili ricerche.
In Italia e quindi anche in Ciociaria, la zona che maggiormente ci interessa ed alla quale tanto teniamo, occorre intraprende seriamente studi sul nostro folclore e sulle nostre danze.
Occorre riportarle in “auge” per offrirle ai tanti turisti che visitano le nostre zone come il miglior ricordo di questa nostra terra ciociara ed in questo sforzo non sia inutile ricordare che l’Italia, che oggi è invasa dalle danze straniere, dal valzer alla polka, dal tango al rock and roll ora al madison, nei secoli ha insegnato il ballo a tutta Europa.

Non sarebbe male se tutti gli intenditori prendessero l’iniziativa di compiere studi in tal senso, di far incidere appositi dischi, riportare a nuovo i nostri canti dell’aia, dei campi formare gruppi di danzatori, di cantori del folclore. Saranno i responsabili e gli esperti a sancire queste forme di rieducazione popolare attraverso ampi e sereni dibattiti. Quanto verrà fatto per promuovere sul piano pratico lo studio della danza popolare italiana, ed in particolar modo ciociara, costituirà un contributo prezioso per la messa in valore di una delle espressioni più spiritualistiche ed esteticamente felici delle geniali qualità artistiche del popolo italiano. Abbiamo visto gruppi folcloristici esteri organizzati a spese dello Stato: parlo dei gruppi iugoslavi, polacchi, francesi, cecoslovacchi, spagnoli: non ne abbiamo incontrati in tal senso italiani. E’ davvero una lacuna riprovevole.

Il Gruppo Folcloristico di Alatri, che continuamente visita città italiane ed estere, sa il valore della bellezza della danza e del folclore italiano, principalmente ciociaro, dei canti e delle danze ciociari, perche sono gli applausi incondizionati, i premi conseguiti, i rinnovati inviti che testimoniano quanta simpatia in ogni contrada di Italia esista per la nostra Ciociaria: il nostro folclore, così come dicono i giornali, è addirittura “signorile”.
E noi, lungi dai ronzii di questa dannata vita moderna, ci dovremmo sentire invitati ad un ritorno alla serenità, alla pace, ai nostri campi, cosi come accadeva anticamente quando tutte le mamme, attorno al focolare, ove crepitando si consumava un vecchio ceppo, raccontavano le favole che ci facevano più buoni, più sereni fino a farci cantare, a farci danzare spensieratamente.
Tempi scomparsi, ma che potrebbero tornare con la buona volontà di tutti, se davvero ci sentissimo custodi delle nostre belle e pure tradizioni popolari una volta ritrovatele: e ciò principalmente per la valorizzazione di questa nostra troppo depressa, ma tanto amata terra ciociara.

 “Sor” Flavio Fiorletta

16/07/14 – 04/10/2007