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Una ciociara con la conca ed un fiore in mano, rivolta verso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, perché? Qual è il nesso? Cercherò di spiegarlo affidandomi ai ricordi, ad alcune foto, poche in verità  e a qualche articolo di giornale.

Taglio del nastro con al centro Il Gen Aloia, a destra il Comm. Silvio Biondi e l’artista Valeriani

Nel settembre 1962, alla presenza del Capo di Stato Maggiore  Generale Aloia (in rappresentanza del Ministro Giulio Andreotti intervenuto successivamente) venne inaugurata presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (nelle due gallerie) la mostra “La Ciociaria vi presenta”.  A fare gli onori di casa,  il Comm. Silvio Biondi, Presidente delle Associazioni tra i Ciociari di Roma e organizzatore della rassegna.
In quell’incontro,  la terra ciociara fu presente,  al suo più alto livello,  con l’intera gamma delle espressioni artistiche, dalla pittura e scultura alla ceramica, dalla letteratura  alla saggistica,  sino alle varie e multiformi attività artigianali, dimostrando di non essere solo terra di pastori.

Il Dott. Franco Evangelisti di Alatri ammira insieme al Comm. Biondi opere dello scultore Giambelluca

Il Comm. Biondi riceve il ministro Giulio Andreotti

Opere di valenti pittori antichi e moderni, italiani e stranieri, fecero gustare paesaggi, antichità storico-artistiche e figure tipiche della Ciociaria. Scrittori piccoli e grandi, Cicerone, S.Tommaso d’Aquino, Giovenale, Maiuri, Bragaglia e tanti,  tanti altri, fino a quelli moderni che avevano illustrato le bellezze della nostra terra. Non meno importante la presenza delle magnifiche opere dantesche e pascoliane di Padre Luigi Pietrobono di Alatri, di Padre Igino e Padre Mariano d’Alatri. Non mancavano i prodotti di valenti artigiani i cui lavori fecero conoscere ed apprezzare le capacità raggiunte. Per quanto concerne Alatri un richiamo all’antico lo offriva l’Oreficeria Pelloni con i suoi coralli tradizionali semplici e pesanti, gli orecchini d’oro di varia foggia e misura e i famosi “pennenti delle nostre nonne. Alessandro Folchi espose una sella riccamente lavorata, insieme ad altri manufatti. Molto interesse suscitò un telaio già approntato per la tessitura e con intorno esposti vari lavori, testimonianza del faticoso lavoro delle  Tesserelle delle Piagge che tanta fama avevano contribuito a dare al panno  di Alatri

 

Quasi  a completamento della manifestazione fu organizzata nei giorni successivi (la mostra durò 10 gg.) una “Caccia al Tesoro” in Ciociaria, intesa come richiamo per un risveglio dell’interesse verso itinerari che natura, origine e arte avevano posto nelle vicinanze di Roma. Molti furono i partecipanti, spesso famiglie al completo, che dalla Capitale si diressero verso i luoghi ciociari indicati dalla ricerca dei “Tesori”.

Ad Alatri,  furono accolti presso il Circolo Amici, dove venne loro offerto un liquore di benvenuto, mentre ponevano domande per captare notizie attinenti alle risposte da dare. La gente, in paese, si mostrò incuriosita e alla fine contribuì a dare indicazioni, riscoprendo con loro,  le bellezze del proprio paese.
Non fu solo ospitalità, ma compiacimento di tutti nei confronti di quanti avevano riempito le strade di Alatri per rendere omaggio alle cose che sono più care, perché restano durante l’arco di tutta la vita.

Fu chiesto se fossero rimasti soddisfatti, la risposta fu unanime “meglio di cosi non poteva andare, state pur certi che torneremo per nostro conto a vedere Alatri ancor più da vicino”!

Depliant di Alatri distribuiti durante la manifestazione

La manifestazione di Roma fu definita, simpaticamente “ La calata dei Ciociari a Roma” e nelle vetrine di Via Nazionale,  furono esposti quadri di soggetti ciociari e slogan invitanti a visitare la Ciociaria. Molti i depliant su Alatri che Flavio Fiorletta aveva fatto stampare e che ragazze in costume distribuivano.

Frequenti erano i contatti tra Alatri e l’Associazione, fu un canale attraverso il quale molti personaggi e artisti vennero nel nostro paese come espositori nelle mostre d’arte, come componenti delle giurie, ma anche in visita privata come Mario Valeriani e Giacomo Manzù.

I gruppi folk di Alatri e Atina portarono, con le loro danze e i loro costumi una ventata di allegria oltre a far gli onori di casa all’interno dell’esposizione; si esibirono davanti al Palazzo al suono del tradizionale organetto che risuonò in tutta Via Nazionale.

Il traffico per qualche minuto si fermò, nessun reclamo, nessun clacson che suonava, anzi incuriosito il pubblico dei passanti approfittò per ammirare i costumi e godere di quelle danze cosi festose che non aveva mai visto. Dai finestrini degli autobus applausi e tanti “bravi!”.

Fu una festa dell’amicizia, della simpatia che univa le nostre contrade con Roma, ma fu soprattutto l’occasione per far conoscere a molti, compresi i turisti, un angolo suggestivo dell’Italia.…la nostra Ciociaria.

Il momento più bello fu la sera,  quando il nostro gruppo, insieme a quello di Atina e ad alcuni organizzatori tra cui il Comm. Biondi (con tanto di “bel figliolo” al seguito, entrato ovviamente nelle simpatie di tutte noi ragazze), ci ritrovammo a cena in una tipica trattoria romana nei pressi del Palazzo. Tavoli all’aperto, con tovaglie e tovaglioli a quadretti bianchi-rossi di stoffa, fiaschi di vino rosso e tanto buon cibo. Tra una portata e l’altra, tra un brindisi e l’altro si eleva il classico canto romanesco, (con una piccola, ma per noi sostanziale modifica) :  “fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de st’Alatri bella, semo ragazzi fatti cor pennello…” e via di seguito mettendo da parte, per una volta, i nostri canti.

Una Roma pittoresca, la Roma di Rugantino che da lì a breve sarebbe arrivato sulle scene (Dicembre 1962). E noi ne sapevamo qualcosa, avendo fatto da poco una audizione al Sistina chiamati da Garinei e Giovannini per studiare costumi e danze in vista dello spettacolo. Trascorremmo una mattinata tra palcoscenico e camerini, ci sentivamo un po’ tutti attori e non riuscivamo a credere di essere “Al Sistina”. Oggi non farebbe più meraviglia, ma pensate a mezzo secolo fa, a quei giovani che da qualche anno si ritrovavano ad uscire ogni tanto dal paesello e per i quali ogni incontro aveva qualcosa di straordinario, oltre ad aggiungere esperienza e sicurezza alla loro vita. Dopo cena un giro nella Roma di notte e… ”tutto d’un tratto te trovi, Fontana de Trevi che è tutta pe te.

Un incanto, a noi sembrava di vivere come dentro una favola, l’eco di “Vacanze Romane” non era ancora spenta.  Una fontana del tutto naturale, in un contesto senza l’accesso numeroso dei turisti di oggi, bianca, illuminata e noi,  seduti lungo il bordo della vasca,  con i colori vivaci dei nostri costumi: il tutto degno di un acquerello dell’800, di una Roma sparita.

Si respirava un’aria magica che solo Roma, a quei tempi, poteva creare. Al ritorno, sul pullman, stanchi ma soddisfatti, con la testa reclinata sullo schienale o sulla spalla del vicino e un po’ malinconici, ma con quel poco di voce che era rimasta, ci venne spontaneo intonare:  “Arrivederci Roma, good bye , au revoir…”  sicuri che non ci saremmo mai  liberati delle emozioni provate.

di Anna Maria Fiorletta


 

 

Macchine e tecnologie

Da alcuni documenti reperiti presso l’Archivio Comunale di Alatri, si trova notizia di una richiesta fatta al Sindaco della cittadina da parte del Presidente della Camera di Commercio di Frosinone, il quale a sua volta, avendo ricevuto disposizioni da parte del Comitato dell’Inchiesta Industriale sulla fabbricazione delle macchine per la lavorazione della lana, designata dal Ministero delle Finanze, pone ai Sindaci della circoscrizione due quesiti, atti a stabilire il numero di macchine utilizzate per anno nelle industrie laniere ed il numero di queste provenienti dall’estero.
Scopo di tale inchiesta era quello di stabilire, in base alla quantità di macchine utilizzate, se fosse giustificato l’impianto di una fabbrica che producesse macchine per la lavorazione della lana, e che naturalmente il numero di commesse d’ordine potesse assicurare e garantire a quest’ultima una produttività continuativa [dati11; dati12].
I dati forniti in riscontro dal Sindaco di Alatri Salvatore Colazingari in una missiva del 13 gennaio 1874, evidenziano l’esistenza nel Comune di 11 fabbriche tessilo-laniere che complessivamente utilizzavano 64 “macchine”, delle quali 24 “filiere”, 10 ”tentase”, 11 “platelle”, 10 “lupette” e 9 “carzerie”, tutte acquistate nella vicina provincia di Napoli e quasi sicuramente di manifattura nazionale.
Nella stessa nota viene anche sottolineato che se le “fabbriche di lana” prima del 1870,  godevano di un discreto volume di affari, in quel periodo (4 anni dopo) l’attività produttiva era notevolmente diminuita, soprattutto a causa della concorrenza delle fabbriche delle vicine province napoletane, che avendo installato macchine a vapore, riuscivano a contenere i costi di produzione, con il conseguente sensibile abbattimento dei prezzi di vendita del prodotto finito.

Negli stessi documenti si trova notizia di alcune fabbriche per la lavorazione della lana, dotate di macchinari simili a quelle alatrine, anche in altri Comuni del circondario di Frosinone [dati13].

Un interessante spaccato della situazione, a livello del controllo della qualità dei prodotti dell’arte lanaria alatrese, ci venne fornito da alcuni documenti relativi ad ispezioni e contenziosi dei primi decenni dell’ottocento. L’articolo primo del “motu proprio 1° aprile 1817” stabilisce che “Il Nobil collegio dei fabbricatori e dei drappi di lana sarà d’ora innanzi rappresentato dall’Ispettore Generale, sei Deputati, e da un Depositario […]. Saranno dessi responsabili della precisa esecuzione delle Leggi pubblicate con il ricordato motu proprio, e di quelle che nuovamente si aggiungono, non meno che dell’amministrazione dell’ entrate”.In applicazione di questo articolo l’ufficio del bollo e revisione di Alatri istituì una commissione di vigilanza, che attraverso ispezioni e verifiche, tutelasse il processo produttivo dei tessuti di lana. Per ogni ispezione veniva redatto dal vigilatore un verbale nel quale erano descritte le eventuali irregolarità riscontrate. Il 23 novembre 1822 Francesco Bottini, vigilatore dell’ufficio del bollo e revisione dei drappi di lana di Alatri, effettua un controllo presso la fabbrica di Vittorio Tagliaferri e chiedendo allo stesso “se aveva la patente da Tintore voluta dall’articolo 7 del primo motu proprio, ha risposto di non averla”; continuando nell’ispezione Bottini trova poi “un Taglio di Pannetto bianco senza alcun marco, il quale,  a forma dell’articolo 6 dell’Editto del 30 dicembre 1818 è caduto in frode” [ispezioni1]. Il verbale viene redatto alla presenza di Domenico Cialone detto “Bianconi” e Sisto Antonio Sabellico.

Altra ispezione, il 27 novembre 1822, viene fatta al tiratore Carlo Sabellico e nel corso di questa, Bottini trova “una mezza paccotta di color rubino di nuova garzata, ritinta, a cui vi è apposto il Bollo Inferiore colla marca G.C., (detta mezza paccotta); è incorso nella penale a norma dell’articolo 14 del secondo motu proprio, nonché all’articolo 10 della Notificazione dei 23 marzo 1821” [ispezioni2]; il vigilatore compila il verbale alla presenza dei testimoni Michelangelo Quattrino e Arcangelo San Severino. Il giorno seguente, Bottini effettua un controllo nell’abitazione di Barnaba Chingari “circa un’ ora e mezza di notte,… ed ho trovato che il medesimo teneva sopra il foco il caldaro bollente con droghe ad oggetto di tingere; osservato ciò,  ho fatto delle ricerche entro la detta abitazione, ed ho rinvenuto una matassa  di trama ritorta Moretta, un paio di calzette bianche di lana ed un paio di calzoni vecchi ritinti, quali sono stati restituiti; il suddetto Chingari, perché non monito di patente voluta all’articolo 28 del primo moto proprio,  è incorso nella penale; alla presenza de’ testimoni  Sisto Toti e Alessandro De Santis,  ho formato il presente processo verbale” [ispezioni3].

Il 6 dicembre 1822 Bottini dichiara in un verbale di ispezione: “Io sottoscritto Vigilatore nell’Ufficio di Bollo e Revisione a richiesta del Signor Giovanni Martufi Fabbricatore Patentato mi sono portato fuori di Porta S. Pietro per rinvenire due suoi lavoranti “Cardalana”, cioè Crescenzo Fiorletti e Pietro Quattrino, i quali si hanno fatto lecito di andare a lavare dei panni al Fabbricatore Signore Giovanni Di Fabio; e difatti, portatomi fino alla Madonna delle Grazie, ho incontrato i medesimi che portavano dei panni sopra il cavallo, e gli ho richiesto alla presenza de’ Testimoni Silverio Tagliaferri e Domenico Antonio Misilli se avevano il benservito o licenza del loro padrone, hanno risposto non averla; stante ciò il suddetto Di Fabio è incorso nella penale a forma dell’articolo 29 del secondo Moto Proprio” [ispezioni4; ispezioni8].

Il tintore alatrino Giacomo Mascetti, venuto a conoscenza delle ispezioni fatte dal vigilatore Bottini a Tagliaferri e a Chingari, sporge denuncia contro Tagliaferri [ispezioni8] e si rivolge al Cardinale camerlengo dicendo che non passerà molto tempo prima che questi signori chiedano la patente di tintori e afferma, riferendosi a Tagliaferri: ”Ma dove mai si è veduto aver questo signore fatto il Tintore? Dove si è udito avere egli apportato questa perfezione? Certamente si chiamerà un guasta mestieri,  io ne risento dispiacere, perché vedo, non dico per vanto, troppa ardita la mia abilità” [ispezioni5]; e riferendosi a Chingari: “Le si presenterà a tale oggetto anche un certo Barnaba Chingari. Questo ancora si vanta tintore […]. Sarà giusto concedere loro la patente, se uguaglieranno l’abilità di un perfetto tintore” [ispezioni5]; e si dichiara poi preoccupato perché concedendo le patenti di tintore a persone di dubbia perizia e competenza, verrebbe messa in pericolo l’arte della categoria dei tintori.

A tutela e garanzia della qualità dei tessuti esportati dalle fabbriche dei drappi di lana dello Stato Pontificio, vennero istituite apposite norme e decretate specifiche leggi per l’apposizione sui manufatti di particolari marchi chiamati “bolli dell’arte”, allo scopo di impedire che si vendessero per buone le stoffe difettose, recando danno al nome dell’industria che era generalmente considerata di ottima qualità.

 

Notizie tratte da:

GENI COSTANZO, Aspetti della Politica industriale pontificia tra XVIII e XIX secolo: il caso di Alatri (tesi di laurea in Storia economica, Università degli studi di Cassino, facoltà di Economia e Commercio, Anno Accademico 1995-96)

La tintura e la tessitura

Dopo aver tosato le pecore, la lana, prima di essere tessuta, doveva essere lavata e spurgata per eliminare il grasso ed i residui di sudiciume, quest’ultimi derivanti dal pascolo (residui vegetali, cardi). Le prime essenziali operazioni erano quindi quelle dello sgrassaggio e della lavatura,  che si effettuavano in quel tempo con l’utilizzo di sapone a base di soda; la stessa operazione oggi, con l’utilizzo di tecniche moderne, viene fatta attraverso un bagno di acido che brucia le impurità contenute nella lana.
Una volta lavata, la lana veniva messa ad asciugare, e manualmente veniva poi ulteriormente separata dalle impurità residue.

Successivamente, se la lana era destinata alla tessitura di panni colorati, si passava alla tintura della fibra dandole la giusta colorazione; venivano utilizzati a tale scopo appositi contenitori (tino, caldaia o bacino) nei quali la lana si impregnava di colore che, spesso, man mano che la lana stessa veniva strizzata e messa ad asciugare, a causa di un processo di ossidazione naturale, assumeva una tonalità molto diversa dalla tinta di base; succedeva ad esempio che un colore verde dato con la tintura diventasse blu non appena la lana si asciugava;  lavata, sgrassata ed eventualmente tinta, la lana passava alla lavorazione meccanica;
La prima macchina che veniva utilizzata era la “lupetta”, il cui compito era quello di sfioccare e pettinare la lana pulendola completamente dai cascami.
A questo punto, se si volevano ottenere particolari colorazioni, un apposito attrezzo mescolava lane di diverse tonalità di colore (il colore beige, ad esempio, si otteneva con l’unione di fibre bianche con fibre rossastre). Successivamente la lana veniva cosparsa di olio, operazione questa necessaria per ammorbidirla e per renderla quindi meno soggetta a spezzarsi nel procedimento di filatura.Quindi si passava alla cardatura,  procedimento con il quale si aprivano i fiocchi di lana, eliminandone ulteriori impurità e, iniziando ad orientare parallelamente le fibre, si dava forma ad un velo di dimensioni e peso costanti.
Con quest’ultimo passaggio terminava la lavorazione della lana destinata alla confezione, ad esempio, di coperte imbottite; per la lavorazione in fili, invece, la lana subiva un  ulteriore cardatura che la trasformava in filo grosso, non raffinato e senza torsione, per la successiva filatura.
Mediante la filanda poi si potevano dare al filo diversi tipi di torsione, a seconda dell’uso che si doveva fare della lana, che davano allo stesso diversi gradi di consistenza e di robustezza.
Una volta passata alla filanda, quando cioè si era ottenuto il fuso, se la lana era destinata ai lavori di maglieria, si passava alla ritorcitura ossia all’abbinamento di due o più fili intrecciati; questa operazione veniva fatta mediante una macchina ritorcitrice. Il filo dopo questa operazione veniva ammatassato e sistemato in magazzino.
Infine, per la produzione di tessuti, il filo passava nell’orditoio in modo da formare l’ordito che veniva successivamente messo nei telai, e passando attraverso i licci, con la trama diveniva tessuto; il tessuto così ottenuto era passato alla follatura, che gli dava infittimento e compattezza; infine, a seconda del tessuto (usato per abito per altri usi) c’era la rifinitura, cioè la cimatura che radeva uniformemente tutti i peli, e la spazzolatura per  eliminare le fibre residue.

(Si nota la grande importanza attribuita al processo produttivo in relazione alla qualità finale del prodotto, sulla base della quale naturalmente, veniva stabilito il prezzo di vendita e quindi il segmento del mercato di smercio. I principali elementi che influenzavano negativamente la qualità del prodotto finito,  riguardavano anche l’utilizzo di lana grezza di bassa qualità scelta dai fabbricatori o per mancanza di capitali o per l’avidità di un guadagno maggiore;  inoltre la caratteristica scarsità d’acqua,  essenziale per alcune fasi della lavorazione, costringeva “i fabricatori a provvederla dal Fiume lontano un Miglio circa dall’abitato, soggiacendo alla spesa del trasporto valutata bajocchi cinque, per ogni Barile Romano” [dati14]; ancora “il cattivo purgo, che secondo il dire di tutti quei Fabricatori colà si esperimenta dei Panni presso il Privatario Sig. Francesco Antonio Tofanelli” [dati14]; ed infine, ma non per importanza, lo scarso uso di macchine che accelerassero e migliorassero alcune lavorazioni, per le quali l’uso esclusivo della manodopera rappresentava un vero impedimento alla maggiore qualità del prodotto ed alla riduzione dei tempi di produzione. In riferimento al problema dell’approvvigionamento idrico, Benvenuti proponeva di far concorrere tutte le famiglie alatrine, naturalmente in base alle loro possibilità economiche, alla spesa per la costruzione “di una Fontana nel Luogo Centrico del Paese, e alla Costruzione delle Vasche adattate al Bagno delle Lane” [dati14], ritenendo che ciò potesse essere quindi di pubblica utilità sia civile sia industriale; considerando poi la diffusa scarsità di capitale che accomunava la maggior parte degli imprenditori alatrini, forte impedimento questo per l’acquisizione di strumenti meccanici, Benvenuti riteneva che l’amministrazione cittadina dovesse assumersi l’onere di acquistare i macchinari necessari e distribuirli ai fabbricatori permettendo loro di pagarli in più rate.)

All’interno della stessa relazione viene dettagliatamente descritta anche l’operazione dello spurgo, e si legge:

“Il Locale del Purgo è situato fuori della Città alla lontananza di circa un miglio di strada comoda nella Contrade le Comuni.
Vi sono impiegati quattro operai, uno de quali lavora il sapone. Per tale lavorazione si impiega in ogni cotta una orciola di olio di buona qualità del peso di 62 rubi, 4 di cenere, mezza coppa di calce viva, ed otto barili di acqua forte. Bolle tutto per 24 ore in una caldaia d’onde levato si rigetta in una vaschetta, e così si ha il sapone il quale senz’altra manifattura va a mettersi in opera.
Premesse tali notizie sufficienti a conoscere la qualità del sapone, passo ad accennare il metodo tenuto nel purgo.
“Il Panno si tuffa dentro una vasca di acqua tiepida, e nel primo bagno s’impiegano circa rubi 40 di sapone.
Spremuta quindi bene la pezza, si rituffa per la seconda nel bagno con altre 28 rubi di sapone. Rispremuta nuovamente, si ripone in ultimo nella vasca con altre 14 rubi di sapone.
Ogni bagno porta il tempo di mezzora circa. Ciò avviene nel purgo dei Panni ordinari. In quello dei panni in 60 e 70 portate, ha luogo il quarto bagno con egual dose di sapone impiegato nel terzo.
Il Privatario nel decorso dell’anno 1824 ha percetto la propina di scudi due per ogni pezza qualunque di panno purgato” [dati14].

 

Notizie tratte da:

GENI COSTANZO, Aspetti della Politica industriale pontificia tra XVIII e XIX secolo: il caso di Alatri (tesi di laurea in Storia economica, Università degli studi di Cassino, facoltà di Economia e Commercio, Anno Accademico 1995-96)

Prosegue, dopo aver presentato Il Panno di Alatri  (e in articoli sequenziali, fino al n. 3), il nostro excursus sull’attività produttiva lanaria di Alatri nel 1824. Produzione, manifattura, tintura e struttura organizzativa.

Le fasi della lavorazione della lana

Una consistente quantità di dati relativi alla produzione laniera di Alatri nell’anno 1824 è contenuta in una serie di schedari che recano la firma di S. Benvenuti, Delegato Straordinario, custoditi presso l’Archivio di Stato di Roma (Miscellanea della Statistica, Busta 27); si riportano qui di seguito i dati generali, seguiti poi dalle descrizioni analitiche di ogni singolo opificio. Nel 1824 esistevano ad Alatri 28 opifici destinati alla produzione tessile, nei quali erano impiegati circa 600 lavoratori; gli insediamenti industriali erano collocati all’interno della città, ad ulteriore vantaggio degli operai e degli affittuari degli edifici.
Il salario corrisposto con retribuzione giornaliera era uniformato a tutti gli opifici e consisteva in 20 bajocchi per gli uomini, 7,5 bajocchi per le donne e 3 bajocchi per i ragazzi. In numero approssimativo delle giornate lavorative, nell’arco dell’anno, era di 200 per gli uomini, 100 per le donne e 200 per i ragazzi. Le spese di manutenzione comprendevano generalmente l’affitto dei locali adibiti alla produzione, il costo degli stigli, il consumo di legna e carbone e le spese di spurgo e valcatura; ed era uniformemente calcolato pari al 7% del valore totale della produzione. I tempi medi di produzione erano ”Nei lavori di Panni in 24, 30 e 40 portate principiando dalla prima operazione, cioè dall’assortimento delle lane fino all’ultima, ossia all’apparecchio del Panno occorre il tempo di un mese intero. Per quelli in 50 portate si richiedono giorni 60; altri 75 giorni per quelli in 60 portate; e mesi necessitano al compimento dei panni di ultima perfezione” [dati14].

In una relazione sulle manifatture laniere, redatta nel 1824 dal Delegato Straordinario S. Benvenuti per descrivere sommariamente il ciclo produttivo delle stoffe di lana, si trovano utilissimi cenni sulle fasi di lavorazione della lana nelle industrie alatrine.

“Le manifatture, che senza il soccorso delle macchine si eseguiscono mediante la manodopera in tutte le parti di loro lavorazione, debbano presentare dei prodotti se non del tutto difficili, almeno dispendiosi ad ottenersi, e di niun pregio per poterli accreditare nel Commercio.
Di tal sorta sono quelle Lanerie, che si effettuano negli opifici esistenti nella Città di Alatri.
Unitosi a ciò l’altro difetto della scarsa cognizione dell’Arte, onde preparare, secondo le regole la materia grezza, e condurre giusta il dovere il lavoro a compimento;  non possono sperarsi giammai dei tessuti perfetti: ecco il metodo, che si tiene in queste lavorazioni.
Il prodotto, che come materia prima, ed essenziale si adopera nella manifattura, cioè la lana, la provvedono i fabricatori porzione nella Capitale, ed il resto nella Provincia. Depurata dalle materie cretose ed eterogenee; si assortisce; quindi si scardazza; si olia,  si sbozza a cardi ordinari,  si imprime, si fila, s’incannella, si ordisce, s’incolla  ed in ultimo si tesse. Il tessuto si purga e si valca: poscia si carza, e si cima, per quanto richiede la qualità delle manifatture; ed in seguito si tinge, si lava, si spiana, si tira, si spelucca, si sbruzza, ed infine si mette nel torchio per l’apparecchio.La cardatura, filatura e le altre operazioni preliminari si eseguiscono generalmente con quasi niuna soddisfazione, ciò che produce un tessuto a stami irregolari, e difformi. Se la tessitura è meno infelice, il purgo , peraltro, e la valca a cui viene assoggettata la materia manifatturata, non producono giammai una segregazione totale della parte oleosa, così che si hanno sempre dei panni generalmente riputati di niun pregio, e di poco valore. Inoltre non possedendo quei fabricatori la maniera di colorire i loro prodotti, non conoscono neppure il modo di abbellirli del dovuto apparecchio” [dati14]”.

Notizie tratte da:

GENI COSTANZO, Aspetti della Politica industriale pontificia tra XVIII e XIX secolo: il caso di Alatri (tesi di laurea in Storia economica, Università degli studi di Cassino, facoltà di Economia e Commercio, Anno Accademico 1995-96)