Alatri e la manifattura laniera nel 1824 / pt.2

La tintura e la tessitura

Dopo aver tosato le pecore, la lana, prima di essere tessuta, doveva essere lavata e spurgata per eliminare il grasso ed i residui di sudiciume, quest’ultimi derivanti dal pascolo (residui vegetali, cardi). Le prime essenziali operazioni erano quindi quelle dello sgrassaggio e della lavatura,  che si effettuavano in quel tempo con l’utilizzo di sapone a base di soda; la stessa operazione oggi, con l’utilizzo di tecniche moderne, viene fatta attraverso un bagno di acido che brucia le impurità contenute nella lana.
Una volta lavata, la lana veniva messa ad asciugare, e manualmente veniva poi ulteriormente separata dalle impurità residue.

Successivamente, se la lana era destinata alla tessitura di panni colorati, si passava alla tintura della fibra dandole la giusta colorazione; venivano utilizzati a tale scopo appositi contenitori (tino, caldaia o bacino) nei quali la lana si impregnava di colore che, spesso, man mano che la lana stessa veniva strizzata e messa ad asciugare, a causa di un processo di ossidazione naturale, assumeva una tonalità molto diversa dalla tinta di base; succedeva ad esempio che un colore verde dato con la tintura diventasse blu non appena la lana si asciugava;  lavata, sgrassata ed eventualmente tinta, la lana passava alla lavorazione meccanica;
La prima macchina che veniva utilizzata era la “lupetta”, il cui compito era quello di sfioccare e pettinare la lana pulendola completamente dai cascami.
A questo punto, se si volevano ottenere particolari colorazioni, un apposito attrezzo mescolava lane di diverse tonalità di colore (il colore beige, ad esempio, si otteneva con l’unione di fibre bianche con fibre rossastre). Successivamente la lana veniva cosparsa di olio, operazione questa necessaria per ammorbidirla e per renderla quindi meno soggetta a spezzarsi nel procedimento di filatura.Quindi si passava alla cardatura,  procedimento con il quale si aprivano i fiocchi di lana, eliminandone ulteriori impurità e, iniziando ad orientare parallelamente le fibre, si dava forma ad un velo di dimensioni e peso costanti.
Con quest’ultimo passaggio terminava la lavorazione della lana destinata alla confezione, ad esempio, di coperte imbottite; per la lavorazione in fili, invece, la lana subiva un  ulteriore cardatura che la trasformava in filo grosso, non raffinato e senza torsione, per la successiva filatura.
Mediante la filanda poi si potevano dare al filo diversi tipi di torsione, a seconda dell’uso che si doveva fare della lana, che davano allo stesso diversi gradi di consistenza e di robustezza.
Una volta passata alla filanda, quando cioè si era ottenuto il fuso, se la lana era destinata ai lavori di maglieria, si passava alla ritorcitura ossia all’abbinamento di due o più fili intrecciati; questa operazione veniva fatta mediante una macchina ritorcitrice. Il filo dopo questa operazione veniva ammatassato e sistemato in magazzino.
Infine, per la produzione di tessuti, il filo passava nell’orditoio in modo da formare l’ordito che veniva successivamente messo nei telai, e passando attraverso i licci, con la trama diveniva tessuto; il tessuto così ottenuto era passato alla follatura, che gli dava infittimento e compattezza; infine, a seconda del tessuto (usato per abito per altri usi) c’era la rifinitura, cioè la cimatura che radeva uniformemente tutti i peli, e la spazzolatura per  eliminare le fibre residue.

(Si nota la grande importanza attribuita al processo produttivo in relazione alla qualità finale del prodotto, sulla base della quale naturalmente, veniva stabilito il prezzo di vendita e quindi il segmento del mercato di smercio. I principali elementi che influenzavano negativamente la qualità del prodotto finito,  riguardavano anche l’utilizzo di lana grezza di bassa qualità scelta dai fabbricatori o per mancanza di capitali o per l’avidità di un guadagno maggiore;  inoltre la caratteristica scarsità d’acqua,  essenziale per alcune fasi della lavorazione, costringeva “i fabricatori a provvederla dal Fiume lontano un Miglio circa dall’abitato, soggiacendo alla spesa del trasporto valutata bajocchi cinque, per ogni Barile Romano” [dati14]; ancora “il cattivo purgo, che secondo il dire di tutti quei Fabricatori colà si esperimenta dei Panni presso il Privatario Sig. Francesco Antonio Tofanelli” [dati14]; ed infine, ma non per importanza, lo scarso uso di macchine che accelerassero e migliorassero alcune lavorazioni, per le quali l’uso esclusivo della manodopera rappresentava un vero impedimento alla maggiore qualità del prodotto ed alla riduzione dei tempi di produzione. In riferimento al problema dell’approvvigionamento idrico, Benvenuti proponeva di far concorrere tutte le famiglie alatrine, naturalmente in base alle loro possibilità economiche, alla spesa per la costruzione “di una Fontana nel Luogo Centrico del Paese, e alla Costruzione delle Vasche adattate al Bagno delle Lane” [dati14], ritenendo che ciò potesse essere quindi di pubblica utilità sia civile sia industriale; considerando poi la diffusa scarsità di capitale che accomunava la maggior parte degli imprenditori alatrini, forte impedimento questo per l’acquisizione di strumenti meccanici, Benvenuti riteneva che l’amministrazione cittadina dovesse assumersi l’onere di acquistare i macchinari necessari e distribuirli ai fabbricatori permettendo loro di pagarli in più rate.)

All’interno della stessa relazione viene dettagliatamente descritta anche l’operazione dello spurgo, e si legge:

“Il Locale del Purgo è situato fuori della Città alla lontananza di circa un miglio di strada comoda nella Contrade le Comuni.
Vi sono impiegati quattro operai, uno de quali lavora il sapone. Per tale lavorazione si impiega in ogni cotta una orciola di olio di buona qualità del peso di 62 rubi, 4 di cenere, mezza coppa di calce viva, ed otto barili di acqua forte. Bolle tutto per 24 ore in una caldaia d’onde levato si rigetta in una vaschetta, e così si ha il sapone il quale senz’altra manifattura va a mettersi in opera.
Premesse tali notizie sufficienti a conoscere la qualità del sapone, passo ad accennare il metodo tenuto nel purgo.
“Il Panno si tuffa dentro una vasca di acqua tiepida, e nel primo bagno s’impiegano circa rubi 40 di sapone.
Spremuta quindi bene la pezza, si rituffa per la seconda nel bagno con altre 28 rubi di sapone. Rispremuta nuovamente, si ripone in ultimo nella vasca con altre 14 rubi di sapone.
Ogni bagno porta il tempo di mezzora circa. Ciò avviene nel purgo dei Panni ordinari. In quello dei panni in 60 e 70 portate, ha luogo il quarto bagno con egual dose di sapone impiegato nel terzo.
Il Privatario nel decorso dell’anno 1824 ha percetto la propina di scudi due per ogni pezza qualunque di panno purgato” [dati14].

 

Notizie tratte da:

GENI COSTANZO, Aspetti della Politica industriale pontificia tra XVIII e XIX secolo: il caso di Alatri (tesi di laurea in Storia economica, Università degli studi di Cassino, facoltà di Economia e Commercio, Anno Accademico 1995-96)

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