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L’antica Festa di S.Sisto

Alatri nei tempi del paganesimo si divideva in nove carcìe o rioni, denominati Scurano, Cerere, Bacco, Flora, Venere, Spultina. La denominazione degli altri tre è andata smarrita; con il Cristianesimo i nove rioni furono convertiti in altrettante parrocchie, e ai tre mancanti si sostituirono quelle di S. Lucia, di S. Simeone, di S. Andrea.
Ciascun rione era presieduto da un Contestabile.
Con la divisione della città in due rioni, Civitavetere e delle Piagge, venivano eletti due Contestabili, uno per ciascuno di essi.
I Contestabili nelle feste, e in particolare in quella del Santo Protettore andavano in chiesa a far le loro comparse o parate con gran sfoggio di abiti e di gioie.
In seguito i Contestabili continuarono ad essere eletti solo per quel che riguardava la festa del Santo Patrono.

Quando nel 1584 Mons. Danti rinvenne il corpo di S. Sisto ne furono aggiunti altri due per i rioni più estesi, e raggiungevano il numero di tredici, dei quali quattro si sceglievano nelle Piagge e sette da Civitavetere.

La festa veniva celebrata nel seguente modo:

il martedì i quattro Contestabili (festaroli) delle Piagge, circondati da una turba di ragazzi, che con palme di olivi in mano gridavano: ”viva le Piagge”, da parenti, amici e curiosi andavano nella Chiesa della Donna, e celebrata la S.Messa, si spostavano verso Porta S. Pietro. Qui erano stati già portati cestoni e sacchi di rottami di terracotta, a tale scopo messi da parte nel corso dell’anno dai vasai che nelle Piagge hanno le loro officine. Arrivati lì i fanciulli gli adulti e le donne, vibravano incessantemente rottami e sassi contro un idolo in rilievo su una pietra delle mura ciclopiche che cingono la città, chiamato dal popolo Marzo (Marte), ma dagli eruditi si ritiene essere Priapo. Durante quell’insana lapidazione, era vietato alle persone di Civitavetere uscire dalla porta, poiché ne sarebbero rimasti malconci.
Con ciò volevano ricordare che quelli delle Piagge erano stati i primi ad abbracciare il Cristianesimo, e dileggiavano così quelli di Civitavetere per essere stati troppo attaccati ai loro idoli, ed aver abbracciato la vera religione assai più tardi.
Il resto del mattino era destinato alle bevute interrotte la sera innanzi. Dopo desinato, i Contestabili, gli invitati e le loro donne andavano in piazza per la processione delle Rote. Formati tanti cerchi ciascuno con la propria musica cominciava a ballare, quindi avviatisi per le strade della città, ballavano in cerchio. Stanchi si ritiravano in casa un po’ prima di sera poiché i Contestabili delle Piagge dovevano recarsi a casa del loro Sopracontestabile ed insieme andare ad ossequiare il Sopracontestabile di Civitavetere, e da qui muovere verso la Cattedrale.

Nell’entrare in chiesa i Contestabili sul popolo che li accompagnava, gettavano una specie di paste che chiamavano morselletti (biscotti con miele e nocciole), che venivano avidamente raccolti. Dopo i Vespri, il Vescovo dava il segnale d’inizio del ballo che si svolgeva nel portico davanti la chiesa. Sebbene all’inizio fosse “un tripudio di santa letizia”, cominciò dopo ad assumere forme indecenti, perciò le danze si spostarono nel piazzale a destra della cattedrale, dove i festaroli, chiesta prima la benedizione al vescovo, si distribuivano in tredici cerchi e danzavano con le donne che li avevano seguiti in chiesa. Dopo il ballo si andava a cena e poi di nuovo in cattedrale per la processione degli ignudi che usciva verso le due di notte. Era detta degli ignudi perché il popolo vi prendeva parte a piedi scalzi. Si portava in processione il Crocifisso accompagnato dal Podestà, dagli ufficiali e dai festaroli.
Alla fine, seguiva il popolo in mezzo al quale, uno intonava ad alta voce il rosario e la moltitudine rispondeva, interrompendo di tratto in tratto per cantare più forte il ritornello: “viva viva Gesù Cristo, la Madonna e Santo Sisto, San Gregorio appresso a isso; Santo Sisto Protettore sta pregando Nostro Signore per noi altri peccatori”.

Intanto la città era tutta illuminata e lungo le strade si accendevano grandi cataste di legna dette favoni, attraverso i quali saltavano i fanciulli. Ciò in ricordo del sacrificio dei fanciulli, che i nostri antenati ai tempi del paganesimo offrivano al Dio Saturno. Il mercoledì, giorno solenne di festa, non venivano organizzati balli profani, ma la festa patronale si celebrava con religiosa serietà: tutti si recavano in chiesa per la celebrazione della Santa Messa al termine della quale usciva la processione che si faceva “con pompa grandissima”. Il Santo veniva condotto a spalla , in ricco trono, da 24 uomini a piedi scalzi, per le vie principali della città in mezzo alle grida e alle acclamazioni di una folla immensa di cittadini e forestieri. Il magistrato avanzava preceduto dal vessillo comunale, seguito da altri nove piccoli vessilli che portavano impressi gli stemmi dei rispettivi rioni tra cui quello delle Piagge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Notizie tratte da: D. Andrea Marini, Cenni storici popolari sopra S. Sisto I Papa e Martire ed il suo culto in Alatri, Foligno 1884

Gaude Civitas Nostra

Oggi, ad Alatri, si celebra la traslazione delle reliquie di San Sisto I da Roma ad Alatri.
Quest’anno, per la prima volta nella storia della nostra città, avrà luogo la rievocazione storica di ciò che accadde, secondo la narrazione Historica, l’11 di gennaio del 1132.

Mia nonna Iolanda, la sera del 10 gennaio, era solita raccontarmi “la venuta di San Sisto” colorando la narrazione di particolari come quelli legati a “chigli zic sole che chigli ommini fori d ‘pòrta, se stavan a tòll pe r’scallass ” alle prime ore del pomeriggio, quando una mula, improvvisamente, varcò le mura di Alatri.
Si tratta di una storia incredibile quella relativa all’arrivo delle sacre reliquie di San Sisto ad Alatri. Una storia che da sempre i nostri nonni ci tramandano con dovizia di particolari quasi a voler rafforzare un privilegio di cui siamo chiamati ad esserne eredi.
Mentre mia nonna proseguiva nel racconto, la mia fantasia cercava di immaginare la scena della gente che in quel giorno si riversava per le strade e i vicoli di Alatri: accorreva meravigliata a contemplare qualcosa di incredibile, sotto gli occhi stupiti di chi, lentamente, iniziava a capire che un giorno normale stava per trasformarsi in una data storica che avrebbe segnato per sempre, la vita e l’identità del nostro popolo e perchè no, anche quello degli Alifani a cui le reliquie era destinate.

Ad Alatri, mancava un “patrono” e pur essendo molte le possibilità di individuarne uno tra la schiera dei santi, è accaduto che questo arrivasse inaspettato con un nome sconosciuto, per diventarne il simbolo di coesione e di fratellanza.

Rivivere oggi quel pomeriggio dell’11 gennaio di 887 anni fa, sarà un momento prezioso, perché ci porterà a celebrare non solo la nostra identità e le nostre radici ma ci ricorderà, soprattutto, che Dio sa trovare percorsi incredibili e riportarci a casa anche quando i nostri progetti sono diversi e le nostre strade sembrano dirigersi altrove.
Siamo figli di una terra pazzesca, che ha assistito ad eventi incredibili e bizzarri, come quelli di una mula testarda che tuttavia ci ha insegnato il sapore buono di una storia meravigliosa che mai nessun futuro, nemmeno il più avaro, saprà farci dimenticare.

Gabriele Ritarossi