Il miracolo della Madonna di Portadini

Sono trascorsi 400 anni dal prodigioso avvenimento.
Dal Miracolo. Fatto poco noto persino a chi ad Alatri ci vive. Il Miracolo della Madonna di Portadini. Si trova immediatamente fuori la prima cinta muraria della città. All’ esterno del tratto meridionale, dove si apre la portella detta di Portadini.
La chiesetta suburbana dedicata alla Madonna della Resurrezione. Nota a tutti come chiesa di Portadini.
Nasce come cappella agricola. Punto di riferimento per i contadini che dai campi risalivano in città. Molto probabilmente di epoca medievale.
La chiesetta, cara agli alatrensi, conserva un’ icona.
Molto preziosa per chi ha fede. Per chi crede.
Un’ immagine. Quella della Madonna della Resurrezione.
Una Madonna ritratta mentre allatta il Bambino.
Gli archivi storici del comune di Alatri conservano un atto notarile assai significativo. A firma del notaio Marcantonio Scascia. Si legge:« Di maggio 1619 se gonfio lo Ciglio della Madonna de Resurresse à Portadini». La storia racconta che un giovane scellerato, nel corso di una partita a bocce, scagliò, bestemmiando, dopo la sconfitta, un sasso contro l’ immagine sacra. Colpita in corrispondenza della guancia, essa si sarebbe subito gonfiata come vera carne, rimanendo da quel momento macchiata di sangue. L’ uomo sarebbe corso via spaventato, e morto, di una morte improvvisa, durante la fuga.
Nel secolo scorso durante dei lavori, sono state ritrovate delle ossa tumulate a settantacinque passi dalla chiesetta, proprio come veniva tradizionalmente narrato. Per alcuni, come si legge in testi poco l’ uomo sarebbe stato punito da Dio per il gesto compiuto. Per altri, e pare la circostanza più plausibile, il giocatore di bocce sarebbe morto per il grosso, comprensibile, spavento, dopo aver visto la Madonna sanguinare. L’ immagine miracolosa viene venerata con grande devozione nel giorno della festa dedicata alla Madonna della Resurrezione. La festa della Madonna di Portadini venne autorizzata il 7 settembre del 1877. Su richiesta del Cappellano della “Congregazione della Madre di Dio” denominata “della Resurrezione” e benignamente accolta dalla Sacra Congregazione dei Riti, per conto del Papa Pio IX. Festa da farsi la quarta domenica di settembre.
Accolta anche la richiesta di poter celebrare, in quella data, una messa. Durante il mese di maggio, mese del miracolo, mese dedicato alla Madonna, a Portadini si radunano, tutti i pomeriggi, alle ore 17, tanti fedeli, per la recita del Santo Rosario.

di Joe Carobolo

tratto da "Anagni Alatri UNO", mensile della comunità ecclesiale - N. 5 - Maggio 2019
immagine: fonte Pertè online

 

 

Quell’abbraccio forte

Non si dimenticherà mai quel tuo abbraccio forte. Un abbraccio misto tra rispetto e  guida; fra  rassicurante ed emozionato. Sul palco, avvertire sempre questa sensazione è entusiasmante, ti dà carica, orgoglio e sfrontatezza per testimoniare e presentare sempre con più voglia e vigore le nostre tradizioni.

Sei stato e sarai sempre un esempio di educazione,di capacità e di aggregazione. Abbiamo vissuto insieme momenti belli , intensi e soprattutto veri.

L’ultima esperienza insieme, forse una delle più segnanti dal punto di vista umano e delle relazioni è stata e sarà per tutti indimenticabile. Quell’abbraccio forte…. che ho provato a contraccambiare, in quei giorni lontano da casa, quando fra un nostro spettacolo e i giochini con il mio piccolo di due anni, spuntava maldestro e cattivo, un tuo lamento per il forte mal di testa: “Dai Marco, non ti preoccupare, riposati un po’ che domani passerà”. E all’indomani….”avverto ancora mal di testa”.  Ho provato a farti anche da genitore,  cercando di rassicurarti : “come torniamo ad Alatri, vieni subito in Ospedale, facciamo gli accertamenti, vedrai non sarà niente….”

E invece..sono sedici anni che manchi, ma non mancherà mai quella sensazione, ogni volta che salirò sul palco, di quel tuo braccio forte.

Sei sempre nei nostri cuori e nei nostri pensieri , come Daniele e Fiorella che ti hanno raggiunto e soprattutto nel cuore e nei pensieri di chi ti ha vissuto….:

“odio questo giorno! Lo odio da 16 anni con tutta me stessa! Un giorno arrogante che tiguarda negli occhi e ti ricorda che noi non siamo niente…un giorno cattivo e crudele. Un giorno con cui bisogna convivere, ogni anno e far finta di essere più forti”
(Silvia post da Facebook)

“Bontà, disponibilità, gentilezza ..rispetto…questo eri tu, qUeStO Sei tU… quanti ricordi…quante emozioni vissute insieme, quanti sorrisi condivisi…tutti custoditi gelosamente nella mia mente e nel mio cuore! Ciao Marco…un abbraccio grande. TVB
(Chiara post da Facebook)

L’uomo, il Santo, venuto da lontano

Era il 16 ottobre del 1978 quando Karol Wojtyla è stato eletto Papa.
Era il Giubileo del 2000, quando sempre grazie al nostro Sor Flavio, il Gruppo è stato ricevuto in udienza a San Pietro da Papa Karol.
Ed era il 2 settembre esattamente di trentacinque anni fa, quando al Santo Giovanni Paolo II sono state concesse le chiavi della nostra città.
Per chi ricorda, fu una bellissima giornata, vissuta da tutta la città in festa! Certo i più ricorderanno anche la nostra cittadina “leggermente blindata” ma l’occasione e la sicurezza lo imponevano.
Ovviamente anche in questo caso, con l’aiuto dei ragazzi “di allora” del nostro gruppo, Sor Flavio volle onorare al meglio questa speciale occasione: fu lui a ideare e realizzare con il nostro aiuto, “la scenografia del palco”dal quale celebrò la S.Messa sul sagrato del piazzale antistante la Concattedrale S.Paolo. Piazzale, che da alcuni anni è stato proprio dedicato al Santo Giovanni Paolo II.

Breve biografia:
Karol Józef Wojtyła
, eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice (Polonia), il 18 maggio 1920.
Era il terzo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, la quale morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.
A nove anni ricevette la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi al ginnasio di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava e poi in una fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo Adarn Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jage1l6nica, fino alla sua ordinazione sacerdotale, a Cracovia, il 1° novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università Jagellónica di Cracovia una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo Ausiliare di Cracovia e titolare di Ombi. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Papa Paolo VI, che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.
Venne eletto Papa il 16 ottobre 1978 e il 22 ottobre ebbe inizio il suo ministero di Pastore Universale della Chiesa.
Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo, espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese, sono stati 104.
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche15 Esortazioni apostoliche11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. A Papa Giovanni Paolo II si attribuiscono anche 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); “Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005).
Papa Giovanni Paolo Il ha celebrato 147 riti di beatifìcazione, nei quali ha proclamato 1338 beati, e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (e 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro ha subito un grave attentato. Salvato dalla mano materna della Madre di Dio, dopo una lunga degenza, ha perdonato il suo attentatore e, consapevole di aver ricevuto una nuova vita, ha intensificato i suoi impegni pastorali con eroica generosità.
Proponendo al Popolo di Dio momenti di particolare intensità spirituale indisse l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia nonché il Grande Giubileo del 2000. Avvicinò le nuove generazioni indicendo la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù.
È morto a Roma, nel Palazzo Apostolico Vaticano, sabato 2 aprile 2005, alle ore 21.37, nella vigilia della Domenica in Albis o della Divina Misericordia, da lui istituita. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane sono stati celebrati l’8 aprile.
Il rito solenne della beatificazione, sul sagrato della Basilica Papale di San Pietro il 1° maggio 2011, è stato presieduto dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, suo immediato successore e prezioso collaboratore per lunghi anni quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. (Tratto dal Libretto della Celebrazione per la Canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014)



 

 

 

 

 

 

Il cittadino onorario Nino Manfredi

Sono trascorsi vent’anni dalla consegna ufficiale (in calce, la deliberazione Comunale),  nella splendida cornice di Piazza S.Maria Maggiore, della cittadinanza onoraria al compianto Saturnino (Nino) Manfredi, ciociaro di Castro dei Volsci scomparso il 04 giugno 2004.

L’ Amministrazione Comunale,  allora guidata dal Sindaco Avv. Patrizio Cittadini, ha voluto omaggiare uno dei più grandi attori italiani del 1900; un riconoscimento,  suscitato anche dal nostro Sor Flavio Fiorletta. Nino, aveva avuto un particolare legame con la nostra città, in quanto l’attore ha interpretato il ruolo di un barbiere di Alatri, Marino  nella pellicola diretta da Dino Risi nel 1968 “Straziami, ma di baci saziami” (video)
Il film è sceneggiato dal regista assieme ad Age e Scarpelli ed è una commedia di ambientazione ciociara il cui inizio è a Roma allo Stadio Olimpico, dove si sta esibendo il nostro gruppo folk in una manifestazione folkloristica e dove  avviene il primo incontro con la giovane marchigiana Marisa (interpretata da Pamela Tiffin ),  anch’essa componente del gruppo folk della cittadina…”inventata” Sacrofante Marche (nella realtà il gruppo che ha partecipato alle riprese è il Gruppo Folk Urbanitas di Apiro (MC) che è stato ospite nel nostro Festival nel 2003 proprio per ricordare quella partecipazione insieme)In breve nel film: La loro storia d’amore è ostacolata dal padre di lei, motivo che porta i giovani innamorati a tentare il suicidio sotto un treno. Il treno frena in tempo e loro si salvano. Dopo la morte del padre di Marisa, una vedova inizia a fare delle insinuazioni sulla giovane sartina che va a Roma a fare la servetta ma sarà rincorsa dallo spasimante barbiere il quale, dopo essere stato licenziato come aiuto- barista, si getta in un fiume e in ospedale riceve la visita della giovane che,  nel frattempo, ha sposato il sarto sordomuto Umberto Ciceri (Ugo Tognazzi). Una vincita al lotto farà in modo che il barbiere escogiti uno stratagemma per uccidere il sarto che, a seguito di un’esplosione, riacquisterà voce ed udito. L’uomo, quindi, entra in convento per poter esaudire un desiderio promesso alla madre ed ecco che, sul finale, Marino e Marisa coroneranno il loro sogno d’amore.

La città di Alatri ed il nostro gruppo sono e saranno sempre onorati di aver avuto un cittadino onorario illustre, come Nino Manfredi


Deliberazione n° 34 del 26/06/1999

“Considerato che Nino Manfredi, protagonista di una vita dedicata al teatro, al cinema, alla cultura, allo spettacolo, conserva intatto il profondo e radicato legame con la sua terra di origine verso la quale mai ha fatto mancare amore e riconoscenza;

che con il comune di Alatri ha mantenuto un intenso rapporto di affetto e presenza;
che un vivo e duraturo sentimento di stima e di riconoscenza è presente nella nostra comunità verso il Nino nazionale;
Con voti unanimi,
                                               DELIBERA
Di concedere a Saturnino Manfredi, detto Nino, nato a Castro dei Volsci il 21/3/1921, la cittadinanza onoraria di Alatri con la seguente motivazione:
La Comunità di Alatri è riconoscente a Nino Manfredi per la testimonianza di affetto e per il profondo legame mantenuto con la sua terra di origine e con Alatri”

 

 

I “Garibaldesi”

Sempre grazie alla sempre lucida memoria del nostro amico Amicalcare Culicelli, ci pregiamo di pubblicare un suo ricordo:
“Questa me l’hanno raccontata negli ultimi anni ’50 dello scorso secolo, quando insegnavo nella scuola serale a Vallemiccina, una contrada a sud di Alatri e chi la raccontava aveva 91 anni e diceva ancora che dopo questo fatto scappò di casa per andare con i “garibaldesi”.
Bisogna sapere che allora la scuola serale si faceva presso famiglie disponibili ad ospitarla ed era frequentata, oltre che dalla famiglia, ancora patriarcale, dalle persone interessate, per lo più vicine di casa.
Spesso, nelle lunghe e noiose giornate d’inverno, si andava oltre il leggere, scrivere e far di conto e si stava intorno al camino come in famiglia.
Forse, il fatto si può ascrivere al tempo immediatamente precedente alla presa di Porta Pia, 20 settembre 1870, quando, ricordo di aver letto in un giornale dell’epoca, il “brigante” Garibaldi si aggirava nel sud dello Stato per depredare.
Forse chi raccontava, confondeva i suoi ricordi e faceva sue le esperienze che gli erano state raccontate da altri; Ma, che il fatto fosse vero,  era suffragato dai più anziani presenti,  che lo avevano inteso raccontare e, soprattutto la figlia che diceva che gli era stato raccontato dallo zio, fratello maggiore del padre, insieme ad altre avventure con i “garibaldesi”.
Appena i “garibaldesi” arrivarono, conquistarono subito il Castello di Tecchiena (che allora era una grancia della Certosa di Trisulti) e intimarono ai frati di consegnare il tesoro.
I frati negarono di avere tesori e allora Garibaldi (proprio lui?) minacciò di fucilare un frate ogni dieci minuti fino a quando il tesoro non fosse stato consegnato; passarono dieci minuti e i garibaldesi presero un frate e lo trascinarono via.
Dopo la scarica di fucileria,  i poveri frati hanno avuto appena il tempo di recitare le preghiere della buona morte per il confratello,  che i garibaldesi prendono un altro frate e lo trascinano via.
E passano ancora dieci minuti e ancora, ancora e ogni volta, alle scariche di fucileria, i poveri frati recitano le orazioni della buona morte e negano di avere tesori. – Una strage- .
La scena madre: Erano rimasti, alla fine, il più sempliciotto dei fraticelli e il padre priore ed allora
Garibaldi (?) ordina di portar via il priore.
Il reverendo padre no!” esclama il fraticello gettandosi ai piedi di Garibadi (?). Chiede pietà e si offre al posto del priore, ma Garibaldi (?) è irremovibile e i garibaldesi trascinano via il priore.
A questo punto, per salvare il reverendo padre, il fraticello indica il nascondiglio del tesoro e accompagna i garibaldesi.
Colpo di scena.
Al ritorno il fraticello trova il padre priore e tutti i frati che cantano il “Te Deum” per lo scampato pericolo e pregano per la conversione dei briganti garibaldesi e dei senzadio che combattono la Chiesa.

Amilcare Culicelli – fonte:  Forum Monti Ernici  – http://www.montiernici.it/index.php


Giuseppe Maria Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, Arcipelago La Maddalena, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero.
Immagine di copertina, fonte:www.inuovivespri.it

Ordinaria Resurrezione

La parola Pasqua deriva dal vocabolo ebraico pesah, che vuol dire passaggio.
Anticamente, celebrava il passaggio dalla stagione invernale alla primavera, nella prima notte di plenilunio del 14 di nisan (mese ebraico corrispondente al nostro marzo-aprile).
E’ in quella notte che Mosè, attraversa il Mar Rosso e fugge dalla schiavitù egizia.
In un altra notte, quella appunto della parasceve, Gesù risorge dalla morte.
Tuttavia, quando celebriamo la Pasqua, si rischia un pò di ripercorrere un evento che sembra sfuggire alla nostra esperienza quotidiana. Eppure, aldilà della resurrezione finale, (quella dopo la morte secondo la dottrina cristiana ), la Pasqua può essere una esperienza ordinaria.
Non solo un evento straordinario di natura divina, ma lo straordinario evento che ognuno di noi, può realizzare nelle cose di ogni giorno.
Fare Pasqua significa fare un passaggio: passare da scelte timide a decisioni definitive; passare dalla falsità di tante nostre relazioni, alla costruzione di legami più sinceri; Risorgere da un fallimento, per reinvestire sulla speranza di un successo; Risorgere dalle sconfitte, dagli errori, dagli sbagli che ognuno di noi porta dentro, per sperimentare il gaudio della fedeltà, il profumo della libertà, la freschezza di un cuore nuovo.
Perché la resurrezione è qualcosa promesso a tutti, poiché ogni giorno ci è chiesto di far morire qualcosa che ci attanaglia e crea fatica per scoprire invece la libertà di una vita vera.

di Gabriele Ritarossi

Il Premio Antiche Piagge, Premio Giuseppe Fiorletta

Il Premio Antiche Piagge fu istituito grazie ad una intuizione di Lucio Lucchetti socio della locale Pro Loco e in accordo con  l’Amministrazione Comunale,  con lo scopo di insignire personaggi della vita pubblica, sociale e culturale della nostra città ma anche nazionali, che si sono distinte, ognuna nel proprio ambito di attività, per le finalità socio-culturali.  In questo contesto si è inserito, degnamente anche il nostro gruppo folclorico per le molteplici ed intense attività nell’ambito della promozione delle tradizioni popolari.
Di seguito l’articolo a firma di Carlo Capone della redazione del quotidiano “Ciociaria Oggi” che scriveva:

“Aver mantenuto vive le tradizioni di Alatri,  partecipando alle più importanti manifestazioni folkloristiche internazionali,  ottenendo nel 1976 il Premio Europeo per l’arte popolare dalla Fondazione Toepfer di Amburgo come miglior gruppo di arte e tradizioni popolari”.

Con questa motivazione è stato conferito al Gruppo Folk “Aria di Casa Nostra” il premio Antiche Piagge_ Giuseppe Fiorletta per l’anno 2007.
Presenti per l’associazione alatrense parte del gruppo che,  ormai da diversi anni,  si distingue in vari festival in giro per il mondo, portando sempre altissimo il nome della città di Alatri.

La cerimonia si è svolta il 19/01/2008 presso la Chiesa di San Silvestro, nell’antico quartiere Piagge.
A rappresentare l’amministrazione gli assessori Domenico Sbaraglia e Danila Fontana, accompagnati dal presidente della Pro Loco Sandro Vinci.
A moderare Mauro Marzolini, che proprio all’inizio della manifestazione ha voluto ricordare alcuni momenti della vita del compianto Peppinuccio Fiorletta, raccolti poi dalle testimonianze di vari amici,  che hanno voluto ricordare vari aneddoti della vita di uomo, di giornalista, e di grande amante della montagna di Fiorletta.
Riconosciuta da tutti la sua grande professionalità nella sua attività trentennale di giornalista, e la grande passione con la quale affrontava qualsiasi cosa.
Una persona che non scendeva a compromessi – ricorda uno degli amici presenti – e  che nella sua vita ha sempre saputo mantenere alti i suoi valori legati alla famiglia, al lavoro e all’amicizia. Come dimenticare poi il suo grande amore per la sua Alatri, e in particolare per il quartiere Piagge. La sua figura,  a distanza di tanti anni, continua ad essere presente tra di noi”.
A rappresentare la famiglia del caro Peppinuccio, la moglie, la signora Caterina Flori e il figlio,  Carlo Fiorletta.

Ricordiamo che questa iniziativa è nata da un’idea di Lucio Lucchetti, presente alla premiazione,  e della Pro Loco,  che nel 2004, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, diedero il via alla manifestazione culturale “Antiche Piagge”, con l’intento di evocare tradizioni storiche e culturali della suggestiva zona sottostante l’Acropoli.
Nell’ambito della manifestazione, poi, a partire dal 2005, fu inserito anche il premio giornalistico dedicato a Giuseppe Fiorletta, meglio noto come Peppinuccio, originario proprio  dell’antico quartiere della città e corrispondente per moltissimi anni per il quotidiano ‘Il Tempo’.
Un’occasione importante, che è ormai riconosciuta come uno degli appuntamenti principe della vita culturale di una città, che dimostra anno dopo anno, di ricordare con immenso piacere la figura di un amico di tutti.

Nel 2005, furono insigniti del Premio Fiorletta, noti alatrensi che si sono distinti nel campo dell’artigianato, dell’industria, della cultura, della musica e della medicina. I premi andarono rispettivamente all’Armeria Fanfarillo, alle officine meccaniche Mazzocchia, al professore Giovanni Minnucci, al maestro Massimo Manzi e al dottor Orazio Ferro. Nel 2006, invece, il premio fu assegnato simbolicamente a tutto il quartiere Piagge, fedele custode di tradizioni storiche, culturali e popolari della città di Alatri.

 

 

Gaude Civitas Nostra

Oggi, ad Alatri, si celebra la traslazione delle reliquie di San Sisto I da Roma ad Alatri.
Quest’anno, per la prima volta nella storia della nostra città, avrà luogo la rievocazione storica di ciò che accadde, secondo la narrazione Historica, l’11 di gennaio del 1132.

Mia nonna Iolanda, la sera del 10 gennaio, era solita raccontarmi “la venuta di San Sisto” colorando la narrazione di particolari come quelli legati a “chigli zic sole che chigli ommini fori d ‘pòrta, se stavan a tòll pe r’scallass ” alle prime ore del pomeriggio, quando una mula, improvvisamente, varcò le mura di Alatri.
Si tratta di una storia incredibile quella relativa all’arrivo delle sacre reliquie di San Sisto ad Alatri. Una storia che da sempre i nostri nonni ci tramandano con dovizia di particolari quasi a voler rafforzare un privilegio di cui siamo chiamati ad esserne eredi.
Mentre mia nonna proseguiva nel racconto, la mia fantasia cercava di immaginare la scena della gente che in quel giorno si riversava per le strade e i vicoli di Alatri: accorreva meravigliata a contemplare qualcosa di incredibile, sotto gli occhi stupiti di chi, lentamente, iniziava a capire che un giorno normale stava per trasformarsi in una data storica che avrebbe segnato per sempre, la vita e l’identità del nostro popolo e perchè no, anche quello degli Alifani a cui le reliquie era destinate.

Ad Alatri, mancava un “patrono” e pur essendo molte le possibilità di individuarne uno tra la schiera dei santi, è accaduto che questo arrivasse inaspettato con un nome sconosciuto, per diventarne il simbolo di coesione e di fratellanza.

Rivivere oggi quel pomeriggio dell’11 gennaio di 887 anni fa, sarà un momento prezioso, perché ci porterà a celebrare non solo la nostra identità e le nostre radici ma ci ricorderà, soprattutto, che Dio sa trovare percorsi incredibili e riportarci a casa anche quando i nostri progetti sono diversi e le nostre strade sembrano dirigersi altrove.
Siamo figli di una terra pazzesca, che ha assistito ad eventi incredibili e bizzarri, come quelli di una mula testarda che tuttavia ci ha insegnato il sapore buono di una storia meravigliosa che mai nessun futuro, nemmeno il più avaro, saprà farci dimenticare.

Gabriele Ritarossi

Un ricordo sotto l’albero

Il Natale a casa mia era come un pendolo che oscilla incessantemente tra un sano e genuino spirito natalizio e un “l’ faciam purché s’ tè da fa’”, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, della speranza di non svuotare il dindarolo come ogni anno alla tombolata con gli zii.
La preparazione degli addobbi, il sentirsi ogni anno più grande perché mancava sempre meno a riuscire ad arrivare a mettere il puntale sull’albero, quell’inspiegabile libidine che si provava nel premere il pallino rosso sul telecomando che, come per magia, faceva accendere tutte le lucine della casa, quella puzza di bruciato perché qualche lucina si era surriscaldata troppo e aveva mandato a fuoco il muschio nel presepe, le urla della nonna che inveiva contro il nonno con un sonoro “si più uttr’ di issi”…

Il giorno più bello per noi bambini era senza dubbio quello della Vigilia.
Il suono degli zampognari tra i vicoli di Alatri rendeva meno traumatica la sveglia di buon mattino perché tua madre, armata di parannanza e scopettone, ti veniva a svegliare per farti mettere in ordine la camera, ché la sera c’era gente.
Lo scambio dei regali, la recita della poesia e le mille lire sotto il piatto (che poi arrotondavi con qualche altro spiccio concesso dal nonno sottobanco), la saraca condita, il primo panettone (primo di una lunga ed interminabile serie) e poi tutti di corsa a messa, con l’ansia che Babbo Natale arrivasse prima del tuo rientro.

Se la mattina del 25, sotto l’albero, ti aspettava più di qualche sorpresa (perché Babbo Natale le tue letterine evidentemente le perdeva ogni anno), ciò che non era una sorpresa, puntuale come un treno in Giappone, era tua nonna che, alle sette di mattina, suonava alla porta con un piatto fumante di frittelle fatte con la pastella avanzata delle particelle fritte destinate al pranzo.

Dopo ore ed ore di devota preparazione, eccolo: il pranzo di Natale!

Quello che sai quando ti siedi, ma nessuno sa quando, se, ti alzerai da tavola; quel pranzo che ogni anno “so’ fatt’ propria du’ cosette” e poi appena arrivi la nonna ti mette davanti le già citate particelle di cime e baccalà per preparare la mandibola e la stracciatella col brodo di gallina per riscaldare lo stomaco. Ma non è festa senza timballo, che per l’occasione si è trasformato nell’Empire State Building delle leccornie. Ma du maccaruni co zic sughitt “legger legger” ‘n ci gli mitti?! Ma si, magna che va p l’anima dei morti!
E poi: il lesso della gallina già nominata prima (purché è puccat ittalla), l’arrosto misto, le patate, i broccoletti che “sgrassano”…dopotutto, chell che ‘n ‘ntorza ‘ngrassa!

Chi ce l’ha fatta arriva al dolce: il panpepato, gli struffoli, i quadrucci, i tartalicchi, le ciambelline ruzze azzuppate al vino di nonno, la ratafia casereccia, la genziana di zio, il limoncino del vicino, la tombolata con le lenticchie sulle cartelle, il panettone che ha portato la zia, quel comico di tuo cugino che grida “Ambo!” ed è uscito solo un numero, le lenticchie che si spostano in continuazione dalle caselle e qualcuno che chiede se il 23 è uscito, “Undici! Zeppetti”, le storie e le leggende della gioventù, di quando c’era la guerra e di quando si stava lontani da casa per il servizio di leva, quelle storie che ormai sapevamo tutti a memoria, ma che pagheremmo per sentirle ancora, quelle storie e quei ricordi che sono un modo per incontrarsi, per riviversi, per non perdersi e che a Natale, puntuali come lo era la nonna con le frittelle, tornano a galla e ti aspettano, a braccia conserte e con il piede martellante, sotto l’albero, tra panettoni e cesti regalo.

 

Giulia D’Alatri

Antica Fiera di San Martino

I giorni 10 e 11 novembre del 2007 rimangono certamente impressi ancora nella mente e nel cuore del nostro gruppo; oltre che per essere stati selezionati a rappresentare la Regione Lazio alla 400° edizione dell’Antica Fiera di San Martino in Inveruno, in Provincia di Milano sono stati importanti, anche per un incontro speciale…

Una due giorni dove oltre alle nostre esibizioni abbiamo potuto far apprezzare ai lombardi  anche altre tradizioni e la dinamicità anche della nostra città.

Sono intervenuti infatti con noi,  anche gli Infioratori di San Paolo, che hanno rappresentato nella Cattedrale cittadina, con la maestria riconosciuta, un bel tappeto floreale; La Confraternita di San Sisto con il Priore Aldo Fanfarillo e il camerlengo Bruno D’Alatri;  i rappresentati del Palio delle Quattro Porte che hanno dato un saggio della loro bravura nel tiro al formaggio, coordinati dal Presidente della Pro Loco Sandro Vinci che ha gestito lo spazio promozionale della nostra città.

Ad accoglierci la gentilissima Maria Grazia Crotti  sindaco della città di Inveruno : La nostra è un’antica manifestazione la cui traccia risale a un documento datato  23 maggio 1680 conservato presso l’Arhicio di Stato di Milano che cita: “ Nel luogo di Inveruno si da fiera il giorno di San Martino di ogni sorta di merci e roba cibaria ogni anno”.
Siamo lieti delle presenza del Gruppo Folclorico Aria di Casa Nostra di Alatri, quest’anno scelto a rappresentare la vostra Regione Lazio e la splendida e calda delegazione della vostra città.
Oggi nasce una bella amicizia tra due comunità fortemente legate alle antiche tradizioni e agli antichi mestieri.

Il momento speciale è stato l’incontro con un cittadino doc di Inveruno. Il vescovo emerito della diocesi di Alatri-Anagni Mons. Luigi Belloli che ha diretto la Diocesi per circa un decennio: “Il mio personale saluto va agli amici di Alatri, gli amici della Confraternita di San Sisto, che conosco molto bene. Sono grato per la bellissima sorpresa anche perché mi fa tornare in mente alcuni momenti della mia missione nella vostra terra”

Ora,  Mons. Belloli (25.7.1923-05.11.2011)  non è più tra noi,  ma conserviamo vivo il ricordo della sua opera Pastorale ad Alatri e noi del Gruppo Folk in particolar modo dopo la felice esperienza alla Fiera di San Martino, per le parole rivolteci al nostro ritorno ad Alatri: