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Ci racconta, Luigi Alonzi nel suo viaggio in Ciociaria, “Itinerari di Cioceria” del 1964, incontrando la nostra città,  in una giornata di maggio:

A vespro mi incamminai verso il convento dei Cappuccini, seguendo l’indicazione dei cipressi svettanti sulla collina di fronte alla città, in direzione di borea. Scendevo da Alatri sulla Sublacense, precisamente nel punto in cui i due colli, quello del Convento e l’altro dell’Acropoli, spezzano la discesa per stringersi la mano e reggere il nastro asfaltato della via romana. Una pioggerella sottile, ma più spesso allegra, tagliava l’aria di traverso. Prossimo a tramontare, il sole illuminava tratti di campagna coltivata a grano, e la faceva sorridere, intensa e distesa, tra le alberature del viale fuori di Porta San Francesco. Sul Convento piovevano le luci di un duplice arcobaleno. E io mi tolsi il cappello, ai primi tocchi della campana, e lasciai che la primavera mi ribattezzasse sotto le luci scendenti di una giornata di maggio.
Alatri. Quante rondini a primavera nel cielo di Santa Maria Maggiore, sulla città costruita di pietra, nuova e serena in ogni età, sorta dalla roccia in ogni tempo.
< Non avevo visto città di così bell’aspetto nei monti del Lazio – scrive Ferdinando Gregorovius, – e non ve n’è un’altra di architettura così spiccatamente gotico-romana>. Ma qui, il 1222, reduce da Subiaco e diretto a Gaeta  salì il Poverello d’Assisi e Andrea  da Pisa fusero nel 1303 la campana maggiore della chiesa il San Francesco: qui artefici il cui nome rimane troppo spesso ignorato, tra i secoli e palazzi alla maniera toscana, toscani in parte essi stessi.
Qui l’ arte dei pannilani,  fiori per tempo, e all’ epoca in cui il collegio dei Consoli, il 1173, si mostra per prima volta a indicare che una suprema magistratura vigila sulla organizzazione cittadina, i telai già battevano.  E le arti, nel Comune nascente, cominciavano a raccogliersi in corporazioni di diecine, centinaia di fratelli. Come a dire che l’energia e il civismo dell’antico municipio romano riprendono a destarsi, sensibili all’orgoglio delle opere di pubblica utilità, solleciti al lavoro e all’arte animati di nuova poesia cristiana,  pronti – nell’impeto del risveglio – a conquistare i territori finitimi e a  difenderli dopo la conquista.  Diciotto anni dopo il passaggio di san Francesco, che ad Alatri lasciò il mantello quasi a sigillare nell’amorevole dono, il riconoscimento del recente fervore, fa apparizione nella storia alatrina il primo < podestà>, magistrato supremo e forestiero.  E  l’avvio della produzione dei cardati, dei tappeti e dei feltri con un ritmo largo e accelerato, sì che anche nei paesi lontani ne correva la voce,  e in Alatri città comunale si aprivano mercati e fiere, eleggendovi la marcatura cultori sagaci e devoti .
Si generano così anche in Alatri comunalistica, le attività guerriere e conquistatrici ai danni dei castelli vicini, l’urto interno delle classi, le ire di parte e le offese ripagate col sangue: il ripetersi in piccolo, cioè, di quanto la storia medioevale sa offrire in esempi più vistosi.  E poiché l’arte è vita e  specchio di vita, ecco sorgere nel clima del Comune la robusta semplicità delle chiese di San Francesco e di Santo Stefano, Santa Maria  Maggiore col campanile e la stupefacente rosa sulla facciata, e San Silvestro mistica sinfonia di colori; ecco la casa-torre del cardinale Gottifredi, dai grandi portali,  dritta come una alabarda, e i palazzetti del Trivio,nei quali l’amore del visibile scende ad adornare il luogo delle contrattazioni; ed ecco, con gli ultimi arricchiti, con la recente piccola e media borghesia, la demolizione degli abituri di tufo scuro, raramente e rozzamente imbiancati, ed in sostituzione sorgere numerose abitazioni in pietra scalpellata, sovrapposizione rettilinea di massi rettangolari o quadrati, rosei allora come il volto di queste argute popolane. Memore forza e amor novo spiranti fanno il Comune anche qui, dove, dall’alto, domina ancora il paesaggio  la più superba acropoli italica e mediterranea; e dove, nell’età repubblicana di Roma, Lucio Betilieno Varo, benemerito censore alatrino, aveva già rinnovato la città con un ardito piano regolatore: tracciando a nuovo tutte le vie e rifacendole, unendo il nuovo all’antico nella ideazione di un portico per il quale si accedeva alla Rocca, e costruendo il campo sportivo, il bagno pubblico, l’acquedotto, l’orologio solare, i sedili, il mercato dei viveri, e ponendo termine ai lavori della basilica. Esempio unico in Ciocerìa, lo stile architettonico di Alatri riecheggerà quello delle città toscane, e non poco,  della sua storia interna tende ad avvicinarle. Diresti che il sangue etrusco della sua prima civiltà – il secolo in cui fu costruita l’Acropoli, segno evidentissimo e storico rimasto per lunghi secoli delle gesti alatrine. E direstii ancora che quei germi remotl siano stati ravvivati dai contatti non certo casuali avvenuti in età posteriore, specie quando la via Sublacense, cui Alatri fu stazione quasi unica di transito e certo la più importante, si apriva al traffico delle genti di Campagna ma specialmente agli scambi  culturali e artistici del due piu famosi monasteri dell’ Occldente,  Subiaco e Montecassino.
Al limitare del sobborgo, mentre una ventata di pioggia scrosciante accennava all’acquazzone, scorsi un gruppo di popolane che in fretta e leste toglievano le biancherie tese ad asciugare. Alcune correvano e si agitavano dai balconi e sulle logge, altre lungo gli steccati che  recingevano gli orti o i fili di ferro distesi davanti alle abitazioni. Una bimbetta scalza, trepidante, s’aiutava a sciogliere la capra legata all’unico olivo del suo campicello; vedevo la bestiola nasconderle il muso tra le vesti per evitare  sugli occhi il fastidio dell’acqua. Colsi una scena preziosa, e vorrei dire commovente. Sull’uscio dell’ultimo caseggiato , una madre col suo piccolo in braccio, tenendo la palma aperta sul capo della creaturina,  provava ad uscire e rientrava.  E intanto la vedevo accennare, e gettare esortazioni a gran voce, quasi minacciando. Sollevando l’occhio nella direzione capii finalmente il perché.  Un marmocchio di cinque sei anni, senza giacca, con le brachette a mezza gamba, tirava per quanto poteva la cavezza di un somaro piantato sulla strada, restio ai richiami e beato della pioggia. A ogni strappata, come non fosse affar  suo, la bestia si limitava a sollevar la testa e a scrollare le orecchie; e l’altro, più duro, a tirare e a dirgliene di tutti colori: secco, mordace, secondo lo  stile imprecatorio della commedia plautina 
<Dei te posint ancidere>, – da noi ancor vivo d’una rude freschezza. Rigagnoli d’acqua gelida gli colavano giù per il collo, e la camiciola era un cencio. Stanco e incapace lo vidi piangere ma senza restare dal tener la corda, che seguitava anzi a tirare con quanto di forze gli rimanevano, il pie’ destro in avanti, la schiena all’indietro. Quasi che una innocentissima innaffiata di primavera avesse potuto portaglielo via il suo somaro, il somarello bigio di casa, prezioso e indivisibile come l’anima sua.

Si ringrazia Anna Maria Fiorletta

 

Una ciociara con la conca ed un fiore in mano, rivolta verso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, perché? Qual è il nesso? Cercherò di spiegarlo affidandomi ai ricordi, ad alcune foto, poche in verità  e a qualche articolo di giornale.

Taglio del nastro con al centro Il Gen Aloia, a destra il Comm. Silvio Biondi e l’artista Valeriani

Nel settembre 1962, alla presenza del Capo di Stato Maggiore  Generale Aloia (in rappresentanza del Ministro Giulio Andreotti intervenuto successivamente) venne inaugurata presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (nelle due gallerie) la mostra “La Ciociaria vi presenta”.  A fare gli onori di casa,  il Comm. Silvio Biondi, Presidente delle Associazioni tra i Ciociari di Roma e organizzatore della rassegna.
In quell’incontro,  la terra ciociara fu presente,  al suo più alto livello,  con l’intera gamma delle espressioni artistiche, dalla pittura e scultura alla ceramica, dalla letteratura  alla saggistica,  sino alle varie e multiformi attività artigianali, dimostrando di non essere solo terra di pastori.

Il Dott. Franco Evangelisti di Alatri ammira insieme al Comm. Biondi opere dello scultore Giambelluca

Il Comm. Biondi riceve il ministro Giulio Andreotti

Opere di valenti pittori antichi e moderni, italiani e stranieri, fecero gustare paesaggi, antichità storico-artistiche e figure tipiche della Ciociaria. Scrittori piccoli e grandi, Cicerone, S.Tommaso d’Aquino, Giovenale, Maiuri, Bragaglia e tanti,  tanti altri, fino a quelli moderni che avevano illustrato le bellezze della nostra terra. Non meno importante la presenza delle magnifiche opere dantesche e pascoliane di Padre Luigi Pietrobono di Alatri, di Padre Igino e Padre Mariano d’Alatri. Non mancavano i prodotti di valenti artigiani i cui lavori fecero conoscere ed apprezzare le capacità raggiunte. Per quanto concerne Alatri un richiamo all’antico lo offriva l’Oreficeria Pelloni con i suoi coralli tradizionali semplici e pesanti, gli orecchini d’oro di varia foggia e misura e i famosi “pennenti delle nostre nonne. Alessandro Folchi espose una sella riccamente lavorata, insieme ad altri manufatti. Molto interesse suscitò un telaio già approntato per la tessitura e con intorno esposti vari lavori, testimonianza del faticoso lavoro delle  Tesserelle delle Piagge che tanta fama avevano contribuito a dare al panno  di Alatri

 

Quasi  a completamento della manifestazione fu organizzata nei giorni successivi (la mostra durò 10 gg.) una “Caccia al Tesoro” in Ciociaria, intesa come richiamo per un risveglio dell’interesse verso itinerari che natura, origine e arte avevano posto nelle vicinanze di Roma. Molti furono i partecipanti, spesso famiglie al completo, che dalla Capitale si diressero verso i luoghi ciociari indicati dalla ricerca dei “Tesori”.

Ad Alatri,  furono accolti presso il Circolo Amici, dove venne loro offerto un liquore di benvenuto, mentre ponevano domande per captare notizie attinenti alle risposte da dare. La gente, in paese, si mostrò incuriosita e alla fine contribuì a dare indicazioni, riscoprendo con loro,  le bellezze del proprio paese.
Non fu solo ospitalità, ma compiacimento di tutti nei confronti di quanti avevano riempito le strade di Alatri per rendere omaggio alle cose che sono più care, perché restano durante l’arco di tutta la vita.

Fu chiesto se fossero rimasti soddisfatti, la risposta fu unanime “meglio di cosi non poteva andare, state pur certi che torneremo per nostro conto a vedere Alatri ancor più da vicino”!

Depliant di Alatri distribuiti durante la manifestazione

La manifestazione di Roma fu definita, simpaticamente “ La calata dei Ciociari a Roma” e nelle vetrine di Via Nazionale,  furono esposti quadri di soggetti ciociari e slogan invitanti a visitare la Ciociaria. Molti i depliant su Alatri che Flavio Fiorletta aveva fatto stampare e che ragazze in costume distribuivano.

Frequenti erano i contatti tra Alatri e l’Associazione, fu un canale attraverso il quale molti personaggi e artisti vennero nel nostro paese come espositori nelle mostre d’arte, come componenti delle giurie, ma anche in visita privata come Mario Valeriani e Giacomo Manzù.

I gruppi folk di Alatri e Atina portarono, con le loro danze e i loro costumi una ventata di allegria oltre a far gli onori di casa all’interno dell’esposizione; si esibirono davanti al Palazzo al suono del tradizionale organetto che risuonò in tutta Via Nazionale.

Il traffico per qualche minuto si fermò, nessun reclamo, nessun clacson che suonava, anzi incuriosito il pubblico dei passanti approfittò per ammirare i costumi e godere di quelle danze cosi festose che non aveva mai visto. Dai finestrini degli autobus applausi e tanti “bravi!”.

Fu una festa dell’amicizia, della simpatia che univa le nostre contrade con Roma, ma fu soprattutto l’occasione per far conoscere a molti, compresi i turisti, un angolo suggestivo dell’Italia.…la nostra Ciociaria.

Il momento più bello fu la sera,  quando il nostro gruppo, insieme a quello di Atina e ad alcuni organizzatori tra cui il Comm. Biondi (con tanto di “bel figliolo” al seguito, entrato ovviamente nelle simpatie di tutte noi ragazze), ci ritrovammo a cena in una tipica trattoria romana nei pressi del Palazzo. Tavoli all’aperto, con tovaglie e tovaglioli a quadretti bianchi-rossi di stoffa, fiaschi di vino rosso e tanto buon cibo. Tra una portata e l’altra, tra un brindisi e l’altro si eleva il classico canto romanesco, (con una piccola, ma per noi sostanziale modifica) :  “fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de st’Alatri bella, semo ragazzi fatti cor pennello…” e via di seguito mettendo da parte, per una volta, i nostri canti.

Una Roma pittoresca, la Roma di Rugantino che da lì a breve sarebbe arrivato sulle scene (Dicembre 1962). E noi ne sapevamo qualcosa, avendo fatto da poco una audizione al Sistina chiamati da Garinei e Giovannini per studiare costumi e danze in vista dello spettacolo. Trascorremmo una mattinata tra palcoscenico e camerini, ci sentivamo un po’ tutti attori e non riuscivamo a credere di essere “Al Sistina”. Oggi non farebbe più meraviglia, ma pensate a mezzo secolo fa, a quei giovani che da qualche anno si ritrovavano ad uscire ogni tanto dal paesello e per i quali ogni incontro aveva qualcosa di straordinario, oltre ad aggiungere esperienza e sicurezza alla loro vita. Dopo cena un giro nella Roma di notte e… ”tutto d’un tratto te trovi, Fontana de Trevi che è tutta pe te.

Un incanto, a noi sembrava di vivere come dentro una favola, l’eco di “Vacanze Romane” non era ancora spenta.  Una fontana del tutto naturale, in un contesto senza l’accesso numeroso dei turisti di oggi, bianca, illuminata e noi,  seduti lungo il bordo della vasca,  con i colori vivaci dei nostri costumi: il tutto degno di un acquerello dell’800, di una Roma sparita.

Si respirava un’aria magica che solo Roma, a quei tempi, poteva creare. Al ritorno, sul pullman, stanchi ma soddisfatti, con la testa reclinata sullo schienale o sulla spalla del vicino e un po’ malinconici, ma con quel poco di voce che era rimasta, ci venne spontaneo intonare:  “Arrivederci Roma, good bye , au revoir…”  sicuri che non ci saremmo mai  liberati delle emozioni provate.

di Anna Maria Fiorletta


 

 

Dall’ album dei ricordi: cosi scriveva Alberto Minnucci*,  uno dei tanti “giovani” del Gruppo Folclorico Aria di Casa Nostra, nei quasi  settanta anni di attività:


<<Nel 1955, a primavera, andammo a Milano. Per molti di noi fu il primo viaggio di una certa importanza e lunghezza, scusateci.  La guerra, pur terminata da dieci anni si faceva ancora sentire; il boom era di là da venire; il più… ricco o fortunato dei «ciociari 55» era stato, per diporto su un motoscooter di seconda mano. Si trattò della prima grossa ed impegnativa trasferta del Gruppo Folclorico Alatrense. Nella capitale economica italiana era in corso una delle prime edizioni della nuova fiera campionaria. Ci esibimmo in uno stadio, non a San Siro, ma all’Arena. A presentarci al folto pubblico delle scalee fu un giovanotto molto elegante e dalla voce calda. Quasi nessuno lo conosceva. Ci dissero che era un dottore in legge e che si chiamava Enzo Tortora.  Anche il Gruppo, come il futuro presentatore TV era alle prime armi. Avevamo addosso una paura da far tremare il pur robusto palco. Cantammo ballammo. Ci fu prima silenzio e poi un uragano d’applausi «Forza mò…» ci sussurrammo, rinfrancati, ed esplodemmo nel salterello che i meneghini mostrarono di gradire molto di più dei compassati anche se perfetti balletti dei gruppi orientali. Il sole milanese, si sa, ad aprile è quello che è; ma noi riuscimmo a… scaldarlo. Il giorno successivo, tutti i giornali milanesi scrissero d’Alatri. Ricordo l’autorevole «Corriere della sera»: « …i ciociari d’Alatri si scompongono, pare che ognuno vada per conto suo, poi, improvvisamente, eccoli uniti, in una sfavillante policromia.
Il loro salterello ha fatto esplodere la Santabarbara dell’arena ».
Quando andammo in Fiera, il successo non fu minore. I nostri colori, gli ori e i coralli delle nostre ragazze fecero faville. Come attori fummo “richiesti” per centinaia di fotografie tra cinesi e neri. Dovevamo sorridere a tutti perché la Ciociaria ride di sole. Ma Dio solo sa con quale sforzo lo facemmo perché le ciocie del « 55 » erano…vere ciocie  (prese in prestito dai contadini) e quasi tutte erano strette o larghe ed i piedi, non abituati, ne soffrono ancora dopo vent’anni. La sfilata in Piazza Duomo, sotto la Madonnina: un ricordo davvero incancellabile! Quando il corteo entrò in Galleria fummo presi dallo spavento. Lo sapevamo cos’era la Galleria di Milano nei cui «caffè», a quell’ora, sedevano solitamente i più famosi scrittori, editori, attori, giornalisti, industriali e registi italiani. Era un pubblico d’eccezione, insomma, quello verso il quale andavamo incontro. «Forza mò…» ci sussurravamo e ricominciammo col salterello mentre lo storico campanaccio svegliava anche i più addormentati colombi delle più alte guglie del Duomo. E tutti ci applaudirono con passione e convinzione. Ma uno degli spettatori, un cameriere che serviva quegli uomini famosi, ci fece piangere. Approfittò di un momento di calma e di relativo silenzio e, brandendo il cabaret, «Evviva S. Sisto» urlò e scomparve tra gli eleganti abiti della Milano-bene. Dopo sapemmo che era un ragazzo della “Fiura” al quale avevamo portato un angolo di casa sua.>>
di Alberto Minnucci 10/07/34 – 25/05/95

*Per oltre 30 anni fu puntuale interprete dei bisogni della comunità locale nelle pagine de il Messaggero con collaborazioni con Avvenire. Memorabili le sue battaglie contro il potere: i lettori sapevano di poter trovare nelle sue cronache non solo fatti ma anche vere e proprie frustate di ribellione civile e contro il potere burocratico.
Per ricordarlo, nel 1996 fù stato istituito il Premio giornalistico Alberto Minnucci. Tra i giornalisti che hanno ricevuto il premio vi sono Bruno Vespa, Carmen Lasorella, Lilli Gruber, Enzo Biagi, Giorgio Tosatti.

 

Come non ricordare Sor Flavio, il giorno della ricorrenza, con questa bellissima poesia dedicatagli dall’amica Marilena Lepori! 

‘Sta piazza stasera mê sémbra ‘ncantàta,
nê wò fa rêwiwê ‘na storia passata.

Èra da pócô finita la guèra:
cràlêmê amarê piagnéwa ‘sta tèra…

‘Nô alatrésê pêrò, ‘nê sê attèra ‘mmai:
sà sèmprê rêsórgi da tutti gli guai!

Scórta la famê, chélla più nera,
ariwà pê tutti la wita wéra…

I fu própria allóra, carô “sòr Flà”,
chê ‘sta cumpagnìa wulìsti crià.

Cu ‘mmani ‘nô òrghini pê ‘ncumênzà,
purê gli ciunchi facìsti ballà!

…Pandòra purtawa ‘nô fiascô dê winô,
cantènnê biweva, cu Scórcia i Peppinô…

…i déntrô ai canìstrô dê zia Sistinèlla
sèmprê ci stawa ‘na crustatèlla!

Pê tuttô gli munnô nê purtasti a ballà,
i pê fa cunósci ‘sta cara città,
purê déntrô a ‘nô film la wulisti ‘nfilà!

Mó tu, sòr Flà, nê stai a guardà:
i da chéllê stéllê wularisti calà…

Ma pê nua stai a écco, mésê a ‘sta gèntê,
sóttô a ‘sta luna chê parê d’argèntô.

Èccô sòr Flà, stannê a guardà:
‘nô sardarèllô mó iamô a ballà.

Battamô gli témpô cu gli tamburégli:
spêramô dê fa gli munnô più bégli.

Sarda i rêsarda, gli fiatô sê accórcia:
a tutti quanti gli mussô sê aróscia…

“Vola la spòla”, pê siguità…
…i méntrê sê canta, nê sê pò a tì nê pênsà!

È chésta l’artê chê nê si ‘mparatô:
grazzi “sòr Flà”, padrê nóstrô aduratô.

Gli munnô cammina, nê sê pò furmà:
mó attòcca a nua l’opêra téa siguità.

Tutta Alatri stasera tê wó rêcurdà:
i tu, da ésci ‘ncima, stalla semprê a guardà!

 

Al mio maestro  – Marilena Lepori

Se è vero che la musica è l’espressione della sensibilità umana e artistica, il saltarello è l’espressione della originalità assoulta dell’animo del popolo ciociaro. Fu questo stesso popolo infatti che iniziò a praticare canzoni d’amore e di ballo con l’accompagnamento di zampogne e fisarmoniche e dette così origine alla più antica e caratteristica danza del Lazio: il saltarello.

Già nel 1688 il poeta Giov.Camillo Peresio descrive le “movenze” di tale danza:

“…E il ballo fecer poi del saltarello al suon d’un chitarrino e un tamburello. de fronte preso da otto donne el posto otto sbarbati, e ognu’uno al bal deposto, la reverenzia in bella sfoggia sfila.
A un tempo, doppo van dè faccia accosto e presi pè le man ciascuno s’affila e il capoballo, cò un zompar giocondo serpeggia prima, e poi regira tondo”

Questo “zompar giocondo” di cui ci parla il Peresio diviene, nel corso dei secoli, l’espressione della sana allegria ciociara in occasione di sagre, di feste paesane, di fiere, di pellegrinaggi, e ancor più in occasione della seminagione, della mietitura e della vendemmia.

 Anna Maria Fiorletta. 

 

C’ho sulle spalle la responsabilità di una tradizione centenaria: me sento responsabile a mette ‘ste ciocie e ‘sto bustino, a appontà la mantilla co’ gli spilloni che, pure se non lo dico, la ciocca un po’ me la bucano;  n’è ‘na responsabilità che m’ pesa però, è ‘na cosa leggera.
È ‘na cosa che poi quando vado camminenn’ tutta ‘mpettita pe’ ‘ste stecche che porto in vita mi rende proprio fiera.
È ‘na cosa che quando passo ‘ncima a Civita vestita ass’sì, me fa sentì aggrappata a ‘sta terra mia che offre poco, ma che m’ha cresciuto.
È ‘na cosa che m’ fa pensà a nonnema, alla madre d’ nonnema, alla nonna d’ nonnema, perché loro, “a toll’ l’acqua alla Funtana Abbàll'”, ci ievan’ veramente!
E mi fa sentì ‘n’eletta perché io sto a continuà qualcosa.
Sto a continuà ‘na tradizione, sto a nutrì le radici delle mie origini, sto a permette a ‘sta pianta de continuà a cresce.
Non la sò trascurata, perché è ‘na specie de sigillo che tengo nel sangue.
È na responsabilità che mi fa riempì il cuore d’orgoglio, di voglia di fa, di scoprì.
Che mi fa rimanè a guardà le mura in contemplazione tutte le volte.
Che mi fa difende a spada tratta ‘sta città, che mi fa piange il cuore quando penso che forse, un domani, la devo salutà.
È ‘n impegno l’attenzione alla propria storia, ma è ‘n impegno che porto avanti co’ fierezza come non ho mai fatto co’ altro in vita mia.

 

Beatrice Bottini

Le Ciocie…

Quando te le leghi ai piedi ti rendi conto che non sei tu ad indossare loro, ma che sono loro a legarti a sé…
Le stringhe attorno ai polpacci infatti, ci legano e ci collegano al nostro passato fatto di gente buona, contadina, sincera; alle nostre tradizioni, ai nostri canti e balli ancestrali.

Certe volte capita che chi non le abbia mai indossate rida un po’ di noi che, anche oggi, tra lo smartphone e l’ipad, le indossiamo.
Fanno un po’ tenerezza, perché non capiscono quanto le tradizioni siano importanti e perché chi dimentica da dove proviene finisce per crescere come un albero senza radici.

Noi siamo fieri delle nostre radici, solide come le pietre della nostra Acropoli.
Noi abbiamo compreso che c’è una nobiltà profonda nel dichiararsi figli di gente semplice, nel portare in giro per il mondo canti e balli di una terra povera, ma che tramandano la dignità della vita dei nostri pastori e dei nostri contadini.

Abbiamo capito da tempo che siamo belli quando indossiamo i nostri costumi e nel mondo siamo davvero messaggeri della bellezza.

Vogliamo continuare ad essere degni dei nostri padri, ed è per questo che facciamo dell’ironia la nostra arma migliore, come facevano loro, che allontanavano il male e la noia con l’allegria degli stornelli cantati ad ogni buona occasione, perché ogni occasione è buona.

Abbiamo conosciuto migliaia di ragazzi di ogni parte del mondo, e in ogni parte del mondo ci siamo innamorati, abbiamo riso fino alle lacrime e abbiamo pianto fino a un nuovo sorriso con nuovi amici, perché il gruppo folk è una grande passione: passione per Alatri, per l’amicizia, per le tradizioni e per la musica.

E tutto questo lo dobbiamo a te… grazie Sor Fla’, e salutaci Pandora.

 

Achille Gussati

Tra le molteplici tradizioni della Ciociaria quella che incarna maggiormente lo spirito passionale e spensierato della nostra terra è, senza dubbio, la serenata prima delle nozze.

Immaginate che mentre state provando l’acconciatura per il grande giorno, o facendo l’ultimo orlo al vestito, una voce in lontananza, accompagnata da un organetto, vi inviti ad affacciavi alla finestra. Ebbene si, è il vostro futuro sposo che vi sta dedicando una canzone d’amore.

La serenata prima delle nozze è un’usanza che ha origine nel Medioevo ma che ancora oggi è praticata nel Centro e Sud Italia, ritenuta in alcune zone patrimonio culturale indispensabile.

Se per la sposa il tutto si svolge in un tanto frenetico quanto emozionante momento, per lo sposo l’organizzazione dell’evento richiede una pianificazione attenta ed elaborata. Ma attenzione! La sposa non deve accorgersi di nulla.

Un ruolo fondamentale per la buona riuscita della sorpresa, lo svolgono parenti e amici. Lo sposo, giorni prima della serata prescelta, arruolerà i suoi migliori “soldati” per accompagnarlo in questa impresa: scegliere chi distrarrà la sposa e selezionare le migliori ugola della sua compagnia, sarà una fase imprescindibile della preparazione.

Ci siamo, è giunta l’ora!

Lo sposo e tutti i partecipanti si sono dati appuntamento a pochi passi dall’abitazione della fanciulla e, complici il buio e la notte, arrivano “frugni frugni” (Ndr. quatti quatti) sotto la finestra della sua camera.

“Alzati bella mia se ti sei coricata
sopra a sto letto mettiti a sedere,
Ascolta chi ti fa la serenata
qua sotto c’è un ragazzo che ti ama,
[…]
Qui sotto c’è un ragazzo che ti vuole sposare
se tu lo vuoi gettagli una rosa”

Momento di suspense, la musica si ferma, tutti tacciono: la ragazza getterà la rosa? Certo che si!

A questo punto l’innamorato (se abbastanza fortunato da non dover raggiungere l’ultimo piano di un grattacielo) arriverà dalla sua ragazza arrampicandosi su una scala a pioli. Ora sono gli amici a cantare:

“Oh mia *nomedellaragazza* oh che bellezza
col fiore hai dato a *nomedelragazzo* la certezza,
Con questa rosa che hai buttato alla finestra
hai fatto si felice l’innamorato.”

Ma…

“Noi non vogliamo più star qua fuori
Se ci fai entrare ti canteremo ancora
quattro stornelli e ti ringrazieremo,
E ti ringrazieremo per festeggiare ancora
per festeggiare insieme questo amore.”

Ed ora? ” Mica vulet lassa’ tutta sta gent senza magna’…” Tranquilli, la mamma ciociara è all’opera da giorni.