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Le Fontane di Alatri

Una volta ad Alatri anche le fontane parlavano. Ora, aride, rinsecchite, danno mestizia e sete, sono mute.
All’ “angelone” di Santo Stefano hanno tappato la bocca con un bullone. La fonte di Piazza Rosa è stata divelta e, dicono, rubata. Per quella, scolpita come una campana, in un angolo esterno del grosso complesso architettonico di Santa Maria Maggiore, la conduttura dell’acqua deve aver perduto la via dello zampino, tanto è il tempo trascorso dalla sua disfunzione.
Quella che ricordo con particolare simpatia, per aver occupato tante ore di attenzione della mia fanciullezza, è la “Monumentale Fontana di Sant’Anna”. Dopo l’avara cena di quegli anni, accompagnavo da Via della Piazza alla sua minuscola abitazione di Vicolo San Simeone, zia Viruccia, che faceva la “pantalonaia” per Ercolino il Sartore, il quali, se qualcuno non lo sapesse, era mio padre. Arrivati a Sant’Anna, oltre una perenne ventata che veniva da Fumone, ci aspettata la fontana che aveva due narici da una delle quali zampilla va acqua in abbondanza e dall’altra… starnutiva. L’acqua usciva a stento, si tratteneva, borbottava e poi schizzava. Sembrava che avesse, insomma, un forte, eterno raffreddore. Tanto che quando l’indimenticabile maestro Sisto Martini, in quinta elementare, spiegò la poesia di Palazzeschi, “La Fontana Malata”, credetti (ma ancora lo penso) che il poeta si fosse ispirato a Sant’Anna.
Clof, clop, cloch
Cloffete
Cloppete
Clocchete…
“È malata, quella fontana, si lamentava Palazzeschi, alla tosse e tossendo fa tossire anche a me. Fatela tacere. altrimenti fa morire anche me”. Ed a Palazzeschi, in Alatri, hanno obbedito. Non solo per la monumentale Fonte di Sant’Anna, ma per tutte le altre.
Le Fontane di Alatri.
Di notte, quando su vicoli e stradine, coperti di silenzio e spennellati dalla luce di lampioni legati a fragili fili, s’erano acquietate le grida di bambini, esse riuscivano a parlare tra di loro. Rarissimi latrati di cani giungevano, ovattati, dalle greggi di pecore raccolti negli ovili di Squarcione a Colleprata.
Da dietro Le Mura si potevano gustare le notti lunari, quelle che d’inverno, facevano brillare le cime argentate di neve di Campocatino e della Monna.
Parlava allora la piccola fontana del Prato delle monache e le rispondevano quelle sottostanti di Baldassare e del Girone. Ed in quelle ore di quiete, sul divano, pare incredibile, i primi canti dei galli di Rampicano, sotto le screpolate mura del pubblico lavatoio.

 

Alberto Minnucci
“L’orologio ad acqua”, Alatri, 1993

Il miracolo della Madonna di Portadini

Sono trascorsi 400 anni dal prodigioso avvenimento.
Dal Miracolo. Fatto poco noto persino a chi ad Alatri ci vive. Il Miracolo della Madonna di Portadini. Si trova immediatamente fuori la prima cinta muraria della città. All’ esterno del tratto meridionale, dove si apre la portella detta di Portadini.
La chiesetta suburbana dedicata alla Madonna della Resurrezione. Nota a tutti come chiesa di Portadini.
Nasce come cappella agricola. Punto di riferimento per i contadini che dai campi risalivano in città. Molto probabilmente di epoca medievale.
La chiesetta, cara agli alatrensi, conserva un’ icona.
Molto preziosa per chi ha fede. Per chi crede.
Un’ immagine. Quella della Madonna della Resurrezione.
Una Madonna ritratta mentre allatta il Bambino.
Gli archivi storici del comune di Alatri conservano un atto notarile assai significativo. A firma del notaio Marcantonio Scascia. Si legge:« Di maggio 1619 se gonfio lo Ciglio della Madonna de Resurresse à Portadini». La storia racconta che un giovane scellerato, nel corso di una partita a bocce, scagliò, bestemmiando, dopo la sconfitta, un sasso contro l’ immagine sacra. Colpita in corrispondenza della guancia, essa si sarebbe subito gonfiata come vera carne, rimanendo da quel momento macchiata di sangue. L’ uomo sarebbe corso via spaventato, e morto, di una morte improvvisa, durante la fuga.
Nel secolo scorso durante dei lavori, sono state ritrovate delle ossa tumulate a settantacinque passi dalla chiesetta, proprio come veniva tradizionalmente narrato. Per alcuni, come si legge in testi poco l’ uomo sarebbe stato punito da Dio per il gesto compiuto. Per altri, e pare la circostanza più plausibile, il giocatore di bocce sarebbe morto per il grosso, comprensibile, spavento, dopo aver visto la Madonna sanguinare. L’ immagine miracolosa viene venerata con grande devozione nel giorno della festa dedicata alla Madonna della Resurrezione. La festa della Madonna di Portadini venne autorizzata il 7 settembre del 1877. Su richiesta del Cappellano della “Congregazione della Madre di Dio” denominata “della Resurrezione” e benignamente accolta dalla Sacra Congregazione dei Riti, per conto del Papa Pio IX. Festa da farsi la quarta domenica di settembre.
Accolta anche la richiesta di poter celebrare, in quella data, una messa. Durante il mese di maggio, mese del miracolo, mese dedicato alla Madonna, a Portadini si radunano, tutti i pomeriggi, alle ore 17, tanti fedeli, per la recita del Santo Rosario.

di Joe Carobolo

tratto da "Anagni Alatri UNO", mensile della comunità ecclesiale - N. 5 - Maggio 2019
immagine: fonte Pertè online

 

 

Quell’abbraccio forte

Non si dimenticherà mai quel tuo abbraccio forte. Un abbraccio misto tra rispetto e  guida; fra  rassicurante ed emozionato. Sul palco, avvertire sempre questa sensazione è entusiasmante, ti dà carica, orgoglio e sfrontatezza per testimoniare e presentare sempre con più voglia e vigore le nostre tradizioni.

Sei stato e sarai sempre un esempio di educazione,di capacità e di aggregazione. Abbiamo vissuto insieme momenti belli , intensi e soprattutto veri.

L’ultima esperienza insieme, forse una delle più segnanti dal punto di vista umano e delle relazioni è stata e sarà per tutti indimenticabile. Quell’abbraccio forte…. che ho provato a contraccambiare, in quei giorni lontano da casa, quando fra un nostro spettacolo e i giochini con il mio piccolo di due anni, spuntava maldestro e cattivo, un tuo lamento per il forte mal di testa: “Dai Marco, non ti preoccupare, riposati un po’ che domani passerà”. E all’indomani….”avverto ancora mal di testa”.  Ho provato a farti anche da genitore,  cercando di rassicurarti : “come torniamo ad Alatri, vieni subito in Ospedale, facciamo gli accertamenti, vedrai non sarà niente….”

E invece..sono sedici anni che manchi, ma non mancherà mai quella sensazione, ogni volta che salirò sul palco, di quel tuo braccio forte.

Sei sempre nei nostri cuori e nei nostri pensieri , come Daniele e Fiorella che ti hanno raggiunto e soprattutto nel cuore e nei pensieri di chi ti ha vissuto….:

“odio questo giorno! Lo odio da 16 anni con tutta me stessa! Un giorno arrogante che tiguarda negli occhi e ti ricorda che noi non siamo niente…un giorno cattivo e crudele. Un giorno con cui bisogna convivere, ogni anno e far finta di essere più forti”
(Silvia post da Facebook)

“Bontà, disponibilità, gentilezza ..rispetto…questo eri tu, qUeStO Sei tU… quanti ricordi…quante emozioni vissute insieme, quanti sorrisi condivisi…tutti custoditi gelosamente nella mia mente e nel mio cuore! Ciao Marco…un abbraccio grande. TVB
(Chiara post da Facebook)

L’uomo, il Santo, venuto da lontano

Era il 16 ottobre del 1978 quando Karol Wojtyla è stato eletto Papa.
Era il Giubileo del 2000, quando sempre grazie al nostro Sor Flavio, il Gruppo è stato ricevuto in udienza a San Pietro da Papa Karol.
Ed era il 2 settembre esattamente di trentacinque anni fa, quando al Santo Giovanni Paolo II sono state concesse le chiavi della nostra città.
Per chi ricorda, fu una bellissima giornata, vissuta da tutta la città in festa! Certo i più ricorderanno anche la nostra cittadina “leggermente blindata” ma l’occasione e la sicurezza lo imponevano.
Ovviamente anche in questo caso, con l’aiuto dei ragazzi “di allora” del nostro gruppo, Sor Flavio volle onorare al meglio questa speciale occasione: fu lui a ideare e realizzare con il nostro aiuto, “la scenografia del palco”dal quale celebrò la S.Messa sul sagrato del piazzale antistante la Concattedrale S.Paolo. Piazzale, che da alcuni anni è stato proprio dedicato al Santo Giovanni Paolo II.

Breve biografia:
Karol Józef Wojtyła
, eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice (Polonia), il 18 maggio 1920.
Era il terzo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, la quale morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.
A nove anni ricevette la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi al ginnasio di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava e poi in una fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo Adarn Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del “Teatro Rapsodico”, anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jage1l6nica, fino alla sua ordinazione sacerdotale, a Cracovia, il 1° novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università Jagellónica di Cracovia una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo Ausiliare di Cracovia e titolare di Ombi. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak. Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Papa Paolo VI, che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.
Venne eletto Papa il 16 ottobre 1978 e il 22 ottobre ebbe inizio il suo ministero di Pastore Universale della Chiesa.
Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo, espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese, sono stati 104.
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche15 Esortazioni apostoliche11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. A Papa Giovanni Paolo II si attribuiscono anche 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); “Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio” (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005).
Papa Giovanni Paolo Il ha celebrato 147 riti di beatifìcazione, nei quali ha proclamato 1338 beati, e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (e 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro ha subito un grave attentato. Salvato dalla mano materna della Madre di Dio, dopo una lunga degenza, ha perdonato il suo attentatore e, consapevole di aver ricevuto una nuova vita, ha intensificato i suoi impegni pastorali con eroica generosità.
Proponendo al Popolo di Dio momenti di particolare intensità spirituale indisse l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia nonché il Grande Giubileo del 2000. Avvicinò le nuove generazioni indicendo la celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù.
È morto a Roma, nel Palazzo Apostolico Vaticano, sabato 2 aprile 2005, alle ore 21.37, nella vigilia della Domenica in Albis o della Divina Misericordia, da lui istituita. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane sono stati celebrati l’8 aprile.
Il rito solenne della beatificazione, sul sagrato della Basilica Papale di San Pietro il 1° maggio 2011, è stato presieduto dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, suo immediato successore e prezioso collaboratore per lunghi anni quale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. (Tratto dal Libretto della Celebrazione per la Canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014)



 

 

 

 

 

 

Ritorno ad Alatri

Nel 1971 in una pubblicazione sulla nostra città realizzata come sempre dall’infaticabile Sor Flavio, dedicata a: “ Ai figli di Alatri, che per motivi di studio, di lavoro o di famiglia sono stati costretti a lasciare la loro terra, è dedicata questa pubblicazione che ha lo scopo di ricordare con scritti e foto di ieri e di oggi,  la città del cuore: Alatri”, Paride Quadrozzi*, anch’egli “ragazzo del gruppo” scriveva questa dedica sempre e comunque attuale (tranne che per gli aspetti ludici del tempo, ormai quasi tutti scomparsi):

Ti sarà capitato o ti capiterà di doverti allontanare per mesi o per anni da casa, dagli amici, dalla tua città:ebbene sappi, il momento più bello, quello che hai aspettato con ansia, è proprio quello del ritorno.
In qualunque paese andrai, o dimorerai, e per qualunque tempo, ti resterà sempre più difficile poter dimenticare i volti a te familiari, la casa dove tua madre t’ha cullato sulle ginocchia, la bottega dove tuo padre ha lavorato, il vicolo dove giocavi a <primera>, quell’orto dove rubavi le <mela>, i compagni che rincorrevi a <chiappaliberi>, «l’ pallin», la « palla d’ pezza», gli «strummuli››, gli «uttui» e la scuola, le «seghe ai cuscian» e Gerardo che ti rimproverava.
Quando ritorni e ti riappare, alla Maddalena, «Ciuta» ed il campanile e le case che degradano lievi dal colle, un sorriso distende il tuo volto: sei a casa.
Fissi a lungo quei tetti, feriti qua e là dal progresso e rivedi la casa di nonna: è quella lì, proprio sotto «ipizzpuzzal» e quella è la stanza dove sei nato.
«Famm’calà a Pilòn», una contadina con accento sicuro, con l’immancabile cesta e due «pullastri», ti distrae da pensieri più gravi e ripeti fra te: <so ruunut››.
La piazza ti accoglie con tutti gli amici davanti al bar, con la semplicità, la scansonatura ed i pregiudizi della tua gente.  A volte proprio questi ultimi hai rimpianto nelle lunghe serate d’inverno, trascorse tra gente che saluti ma che non conosci. Non c’è più la pietra dove giocavi a «primera» e l’orto dove rubavi le mele, non c’è più tua madre e tuo padre, ma è questa la tua gente, è questa la tua terra, dove sono sepolti i tuoi cari.
Amala questa terra, queste pietre sulle quali ti arrampicasti bambino, amale con amore forte perché esse hanno bisogno di chi le ami forte e veramente.

di PARIDE QUADROZZI

*Impegnato per tanti anni nelle attività politiche e amministrative, presidente dell’Ept di Frosinone, sempre disponibile al dialogo, amante della montagna, Paride Quadrozzi è stato un esempio per quanti si sono avvicinati al mondo della politica e della Cultura della nostra città

 

21 Giugno.. il natale di Alatri, la città dei Ciclopi

Secondo la leggenda, la città di Alatri nacque da un raggio di sole.
Secondo gli studi di don Giuseppe Capone, è assai probabile che Alatri fu fondata dagli Hetei, Ittiti della Mesopotamia, che raggiunsero l’Italia lasciandosi dietro una serie di costruzioni del tutto simili all’Acropoli di Alatri. Non si conosce la data esatta della costruzione della città, ma il 21 giugno ed il raggio di sole hanno con essa un’attinenza precisa.
La città fu costruita con precisione millimetrica, basandosi sul percorso del primo raggio di sole del solstizio.
In quella data il sole sorge nell’ angolo nord-est del muro orientale dell’Acropoli.
Dopo questo giorno il sole si sposta ogni giorno, fino al 21 dicembre, data in cui raggiunge l’angolo più a Sud della stessa parete.
C’è da perdere la testa a seguire tutte le precisissime misure che collegano l’Acropoli alle varie porte che circondano la città.
Un’ altra caratteristica particolare è la forma della cinta muraria, costruita riprendendo a modello la costellazione dei Gemelli.
                                                                                                                                         di  Paola Stirpe

 

Maggio in Alatri

Ci racconta, Luigi Alonzi nel suo viaggio in Ciociaria, “Itinerari di Cioceria” del 1964, incontrando la nostra città,  in una giornata di maggio:

A vespro mi incamminai verso il convento dei Cappuccini, seguendo l’indicazione dei cipressi svettanti sulla collina di fronte alla città, in direzione di borea. Scendevo da Alatri sulla Sublacense, precisamente nel punto in cui i due colli, quello del Convento e l’altro dell’Acropoli, spezzano la discesa per stringersi la mano e reggere il nastro asfaltato della via romana. Una pioggerella sottile, ma più spesso allegra, tagliava l’aria di traverso. Prossimo a tramontare, il sole illuminava tratti di campagna coltivata a grano, e la faceva sorridere, intensa e distesa, tra le alberature del viale fuori di Porta San Francesco. Sul Convento piovevano le luci di un duplice arcobaleno. E io mi tolsi il cappello, ai primi tocchi della campana, e lasciai che la primavera mi ribattezzasse sotto le luci scendenti di una giornata di maggio.
Alatri. Quante rondini a primavera nel cielo di Santa Maria Maggiore, sulla città costruita di pietra, nuova e serena in ogni età, sorta dalla roccia in ogni tempo.
< Non avevo visto città di così bell’aspetto nei monti del Lazio – scrive Ferdinando Gregorovius, – e non ve n’è un’altra di architettura così spiccatamente gotico-romana>. Ma qui, il 1222, reduce da Subiaco e diretto a Gaeta  salì il Poverello d’Assisi e Andrea  da Pisa fusero nel 1303 la campana maggiore della chiesa il San Francesco: qui artefici il cui nome rimane troppo spesso ignorato, tra i secoli e palazzi alla maniera toscana, toscani in parte essi stessi.
Qui l’ arte dei pannilani,  fiori per tempo, e all’ epoca in cui il collegio dei Consoli, il 1173, si mostra per prima volta a indicare che una suprema magistratura vigila sulla organizzazione cittadina, i telai già battevano.  E le arti, nel Comune nascente, cominciavano a raccogliersi in corporazioni di diecine, centinaia di fratelli. Come a dire che l’energia e il civismo dell’antico municipio romano riprendono a destarsi, sensibili all’orgoglio delle opere di pubblica utilità, solleciti al lavoro e all’arte animati di nuova poesia cristiana,  pronti – nell’impeto del risveglio – a conquistare i territori finitimi e a  difenderli dopo la conquista.  Diciotto anni dopo il passaggio di san Francesco, che ad Alatri lasciò il mantello quasi a sigillare nell’amorevole dono, il riconoscimento del recente fervore, fa apparizione nella storia alatrina il primo < podestà>, magistrato supremo e forestiero.  E  l’avvio della produzione dei cardati, dei tappeti e dei feltri con un ritmo largo e accelerato, sì che anche nei paesi lontani ne correva la voce,  e in Alatri città comunale si aprivano mercati e fiere, eleggendovi la marcatura cultori sagaci e devoti .
Si generano così anche in Alatri comunalistica, le attività guerriere e conquistatrici ai danni dei castelli vicini, l’urto interno delle classi, le ire di parte e le offese ripagate col sangue: il ripetersi in piccolo, cioè, di quanto la storia medioevale sa offrire in esempi più vistosi.  E poiché l’arte è vita e  specchio di vita, ecco sorgere nel clima del Comune la robusta semplicità delle chiese di San Francesco e di Santo Stefano, Santa Maria  Maggiore col campanile e la stupefacente rosa sulla facciata, e San Silvestro mistica sinfonia di colori; ecco la casa-torre del cardinale Gottifredi, dai grandi portali,  dritta come una alabarda, e i palazzetti del Trivio,nei quali l’amore del visibile scende ad adornare il luogo delle contrattazioni; ed ecco, con gli ultimi arricchiti, con la recente piccola e media borghesia, la demolizione degli abituri di tufo scuro, raramente e rozzamente imbiancati, ed in sostituzione sorgere numerose abitazioni in pietra scalpellata, sovrapposizione rettilinea di massi rettangolari o quadrati, rosei allora come il volto di queste argute popolane. Memore forza e amor novo spiranti fanno il Comune anche qui, dove, dall’alto, domina ancora il paesaggio  la più superba acropoli italica e mediterranea; e dove, nell’età repubblicana di Roma, Lucio Betilieno Varo, benemerito censore alatrino, aveva già rinnovato la città con un ardito piano regolatore: tracciando a nuovo tutte le vie e rifacendole, unendo il nuovo all’antico nella ideazione di un portico per il quale si accedeva alla Rocca, e costruendo il campo sportivo, il bagno pubblico, l’acquedotto, l’orologio solare, i sedili, il mercato dei viveri, e ponendo termine ai lavori della basilica. Esempio unico in Ciocerìa, lo stile architettonico di Alatri riecheggerà quello delle città toscane, e non poco,  della sua storia interna tende ad avvicinarle. Diresti che il sangue etrusco della sua prima civiltà – il secolo in cui fu costruita l’Acropoli, segno evidentissimo e storico rimasto per lunghi secoli delle gesti alatrine. E direstii ancora che quei germi remotl siano stati ravvivati dai contatti non certo casuali avvenuti in età posteriore, specie quando la via Sublacense, cui Alatri fu stazione quasi unica di transito e certo la più importante, si apriva al traffico delle genti di Campagna ma specialmente agli scambi  culturali e artistici del due piu famosi monasteri dell’ Occldente,  Subiaco e Montecassino.
Al limitare del sobborgo, mentre una ventata di pioggia scrosciante accennava all’acquazzone, scorsi un gruppo di popolane che in fretta e leste toglievano le biancherie tese ad asciugare. Alcune correvano e si agitavano dai balconi e sulle logge, altre lungo gli steccati che  recingevano gli orti o i fili di ferro distesi davanti alle abitazioni. Una bimbetta scalza, trepidante, s’aiutava a sciogliere la capra legata all’unico olivo del suo campicello; vedevo la bestiola nasconderle il muso tra le vesti per evitare  sugli occhi il fastidio dell’acqua. Colsi una scena preziosa, e vorrei dire commovente. Sull’uscio dell’ultimo caseggiato , una madre col suo piccolo in braccio, tenendo la palma aperta sul capo della creaturina,  provava ad uscire e rientrava.  E intanto la vedevo accennare, e gettare esortazioni a gran voce, quasi minacciando. Sollevando l’occhio nella direzione capii finalmente il perché.  Un marmocchio di cinque sei anni, senza giacca, con le brachette a mezza gamba, tirava per quanto poteva la cavezza di un somaro piantato sulla strada, restio ai richiami e beato della pioggia. A ogni strappata, come non fosse affar  suo, la bestia si limitava a sollevar la testa e a scrollare le orecchie; e l’altro, più duro, a tirare e a dirgliene di tutti colori: secco, mordace, secondo lo  stile imprecatorio della commedia plautina 
<Dei te posint ancidere>, – da noi ancor vivo d’una rude freschezza. Rigagnoli d’acqua gelida gli colavano giù per il collo, e la camiciola era un cencio. Stanco e incapace lo vidi piangere ma senza restare dal tener la corda, che seguitava anzi a tirare con quanto di forze gli rimanevano, il pie’ destro in avanti, la schiena all’indietro. Quasi che una innocentissima innaffiata di primavera avesse potuto portaglielo via il suo somaro, il somarello bigio di casa, prezioso e indivisibile come l’anima sua.

Si ringrazia Anna Maria Fiorletta

 

La “calata” dei Ciociari a Roma

Una ciociara con la conca ed un fiore in mano, rivolta verso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, perché? Qual è il nesso? Cercherò di spiegarlo affidandomi ai ricordi, ad alcune foto, poche in verità  e a qualche articolo di giornale.

Taglio del nastro con al centro Il Gen Aloia, a destra il Comm. Silvio Biondi e l’artista Valeriani

Nel settembre 1962, alla presenza del Capo di Stato Maggiore  Generale Aloia (in rappresentanza del Ministro Giulio Andreotti intervenuto successivamente) venne inaugurata presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (nelle due gallerie) la mostra “La Ciociaria vi presenta”.  A fare gli onori di casa,  il Comm. Silvio Biondi, Presidente delle Associazioni tra i Ciociari di Roma e organizzatore della rassegna.
In quell’incontro,  la terra ciociara fu presente,  al suo più alto livello,  con l’intera gamma delle espressioni artistiche, dalla pittura e scultura alla ceramica, dalla letteratura  alla saggistica,  sino alle varie e multiformi attività artigianali, dimostrando di non essere solo terra di pastori.

Il Dott. Franco Evangelisti di Alatri ammira insieme al Comm. Biondi opere dello scultore Giambelluca

Il Comm. Biondi riceve il ministro Giulio Andreotti

Opere di valenti pittori antichi e moderni, italiani e stranieri, fecero gustare paesaggi, antichità storico-artistiche e figure tipiche della Ciociaria. Scrittori piccoli e grandi, Cicerone, S.Tommaso d’Aquino, Giovenale, Maiuri, Bragaglia e tanti,  tanti altri, fino a quelli moderni che avevano illustrato le bellezze della nostra terra. Non meno importante la presenza delle magnifiche opere dantesche e pascoliane di Padre Luigi Pietrobono di Alatri, di Padre Igino e Padre Mariano d’Alatri. Non mancavano i prodotti di valenti artigiani i cui lavori fecero conoscere ed apprezzare le capacità raggiunte. Per quanto concerne Alatri un richiamo all’antico lo offriva l’Oreficeria Pelloni con i suoi coralli tradizionali semplici e pesanti, gli orecchini d’oro di varia foggia e misura e i famosi “pennenti delle nostre nonne. Alessandro Folchi espose una sella riccamente lavorata, insieme ad altri manufatti. Molto interesse suscitò un telaio già approntato per la tessitura e con intorno esposti vari lavori, testimonianza del faticoso lavoro delle  Tesserelle delle Piagge che tanta fama avevano contribuito a dare al panno  di Alatri

 

Quasi  a completamento della manifestazione fu organizzata nei giorni successivi (la mostra durò 10 gg.) una “Caccia al Tesoro” in Ciociaria, intesa come richiamo per un risveglio dell’interesse verso itinerari che natura, origine e arte avevano posto nelle vicinanze di Roma. Molti furono i partecipanti, spesso famiglie al completo, che dalla Capitale si diressero verso i luoghi ciociari indicati dalla ricerca dei “Tesori”.

Ad Alatri,  furono accolti presso il Circolo Amici, dove venne loro offerto un liquore di benvenuto, mentre ponevano domande per captare notizie attinenti alle risposte da dare. La gente, in paese, si mostrò incuriosita e alla fine contribuì a dare indicazioni, riscoprendo con loro,  le bellezze del proprio paese.
Non fu solo ospitalità, ma compiacimento di tutti nei confronti di quanti avevano riempito le strade di Alatri per rendere omaggio alle cose che sono più care, perché restano durante l’arco di tutta la vita.

Fu chiesto se fossero rimasti soddisfatti, la risposta fu unanime “meglio di cosi non poteva andare, state pur certi che torneremo per nostro conto a vedere Alatri ancor più da vicino”!

Depliant di Alatri distribuiti durante la manifestazione

La manifestazione di Roma fu definita, simpaticamente “ La calata dei Ciociari a Roma” e nelle vetrine di Via Nazionale,  furono esposti quadri di soggetti ciociari e slogan invitanti a visitare la Ciociaria. Molti i depliant su Alatri che Flavio Fiorletta aveva fatto stampare e che ragazze in costume distribuivano.

Frequenti erano i contatti tra Alatri e l’Associazione, fu un canale attraverso il quale molti personaggi e artisti vennero nel nostro paese come espositori nelle mostre d’arte, come componenti delle giurie, ma anche in visita privata come Mario Valeriani e Giacomo Manzù.

I gruppi folk di Alatri e Atina portarono, con le loro danze e i loro costumi una ventata di allegria oltre a far gli onori di casa all’interno dell’esposizione; si esibirono davanti al Palazzo al suono del tradizionale organetto che risuonò in tutta Via Nazionale.

Il traffico per qualche minuto si fermò, nessun reclamo, nessun clacson che suonava, anzi incuriosito il pubblico dei passanti approfittò per ammirare i costumi e godere di quelle danze cosi festose che non aveva mai visto. Dai finestrini degli autobus applausi e tanti “bravi!”.

Fu una festa dell’amicizia, della simpatia che univa le nostre contrade con Roma, ma fu soprattutto l’occasione per far conoscere a molti, compresi i turisti, un angolo suggestivo dell’Italia.…la nostra Ciociaria.

Il momento più bello fu la sera,  quando il nostro gruppo, insieme a quello di Atina e ad alcuni organizzatori tra cui il Comm. Biondi (con tanto di “bel figliolo” al seguito, entrato ovviamente nelle simpatie di tutte noi ragazze), ci ritrovammo a cena in una tipica trattoria romana nei pressi del Palazzo. Tavoli all’aperto, con tovaglie e tovaglioli a quadretti bianchi-rossi di stoffa, fiaschi di vino rosso e tanto buon cibo. Tra una portata e l’altra, tra un brindisi e l’altro si eleva il classico canto romanesco, (con una piccola, ma per noi sostanziale modifica) :  “fatece largo che passamo noi, sti giovanotti de st’Alatri bella, semo ragazzi fatti cor pennello…” e via di seguito mettendo da parte, per una volta, i nostri canti.

Una Roma pittoresca, la Roma di Rugantino che da lì a breve sarebbe arrivato sulle scene (Dicembre 1962). E noi ne sapevamo qualcosa, avendo fatto da poco una audizione al Sistina chiamati da Garinei e Giovannini per studiare costumi e danze in vista dello spettacolo. Trascorremmo una mattinata tra palcoscenico e camerini, ci sentivamo un po’ tutti attori e non riuscivamo a credere di essere “Al Sistina”. Oggi non farebbe più meraviglia, ma pensate a mezzo secolo fa, a quei giovani che da qualche anno si ritrovavano ad uscire ogni tanto dal paesello e per i quali ogni incontro aveva qualcosa di straordinario, oltre ad aggiungere esperienza e sicurezza alla loro vita. Dopo cena un giro nella Roma di notte e… ”tutto d’un tratto te trovi, Fontana de Trevi che è tutta pe te.

Un incanto, a noi sembrava di vivere come dentro una favola, l’eco di “Vacanze Romane” non era ancora spenta.  Una fontana del tutto naturale, in un contesto senza l’accesso numeroso dei turisti di oggi, bianca, illuminata e noi,  seduti lungo il bordo della vasca,  con i colori vivaci dei nostri costumi: il tutto degno di un acquerello dell’800, di una Roma sparita.

Si respirava un’aria magica che solo Roma, a quei tempi, poteva creare. Al ritorno, sul pullman, stanchi ma soddisfatti, con la testa reclinata sullo schienale o sulla spalla del vicino e un po’ malinconici, ma con quel poco di voce che era rimasta, ci venne spontaneo intonare:  “Arrivederci Roma, good bye , au revoir…”  sicuri che non ci saremmo mai  liberati delle emozioni provate.

di Anna Maria Fiorletta


 

 

Premio Nazionale RADICI

Venerdi 10 maggio, in una splendida cornice di pubblico, in una bella serata con affabili e qualificati commensali, il nostro Gruppo ha ricevuto, per il tema: tradizione, il Premio Nazionale RADICI * nella sua prima edizione:

“come riconoscimento del valido contributo dato per aver trasmesso la genuina tradizione ciociara della città di Alatri”

Ovviamente, la soddisfazione del nostro sodalizio è massima, infatti,  riconosce nel corso degli anni, l’impegno profuso nella nostra città come promotore e collaboratore di numerose attività per la promozione del territorio, oltre ad essere stato protagonista, nella ormai settantennale attività, nei migliori festival nazionali ed internazionali del foklore,  rappresentando degnamente le tradizioni popolari di Alatri, della Ciociaria e Nazionali.

La serata è stata introdotta dai saluti istituzionali del vice sindaco Fabio Di Fabio in rappresentanza del Comune di Alatri e dal Prof. Biagio Cacciola, Responsabile dell’Uffico Cultura della Provincia di Frosinone, in rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale.

Gli altri destinatari del premio sono stati  il Prof. Giovanni Sessa per il tema: identità ed il Dr. Federico Iadicicco per il tema: famiglia.
L’incontro ha avuto anche finalità sociali, in quanto parte del ricavato della serata è stato donato alla Steadfast Onlus nella persona del Presidente Emmanuele Di Leo,  per il sostegno ai bambini affetti da gravi patologie con vari progetti in Italia e all’estero, soprattutto in Nigeria.

*RADICI  Associazione presente nel nostro territorio con finalità culturali a livello Nazionale, con i principi ispiratori di  Identità, Tradizione, Famiglia

I personaggi storici ad Alatri (pt.6)

Concludiamo la nostra “carrellata” dei personaggi che hanno dato lustro alla città di Alatri, così come l’abbiamo aperta: ricordando un sodale amico di Gerardo Celebrini …parliamo infatti di:

Giovanni Ricciotti

Nato ad Alatri il 06/12/1867. Storico e letterato con predilezione per gli scritti di San Francesco al quale ha dedicato varie conferenze;  Studioso del  dialetto Alatrese scrisse un testo con grammatica e vocaboli. Fratello del notaio Ricciotti, ha ricoperto vari incarichi nel corso della sua carriera professionale:
– 20 dicembre 1909, con decreto del R. Prefetto di Roma è nominato Commissario per la Congregazione di Carità di Guarcino
– da dicembre 1909 a dicembre 1912, segretario del Comune di Torre Cajetani
– Nel 1912 viene nominato segretario interino del Comune di Alatri e passa definitivo in seguito a concorso il 20 aprile 1920;
– Il 28 aprile 1915 viene chiamato a Segretario di Acuto in seguito a concorso e ad Agosto 1922 viene nominato segretario capo interino del Comune di Alatri; il 18 Agosto 1923 viene nominato segretario capo per promozione del Comune di Alatri.
E’ stato inoltre dal 1908 al 1915 segretario del Consorzio Agrario di Alatri e dal 1901 al 1924 Capo del collegio dei Sindaci della Cassa Rurale Madonna delle Grazie di Alatri.

Ha ricevuto vari riconoscimenti :
il 28 gennaio 1910 Encomio del R.Commissario di Guarcino, il 24 settembre 1912 Encomio del R. Commissario di Torre Cajetani Rag. Tocco Francesco, primo ragioniere presso la Prefettura di Roma.
26 giugno 1915 Encomio del Commizzario Prefettizio Cav. Garibaldo Ferrari, primo ragioniere presso la R.Prefettura di Roma.
21 ottobre 1923 Encomio del Commissario Prefettizio Cav. Uff. Enrico Tusa, primo ragioniere presso la R.Prefettura di Roma
Nel 1937 ha lavorato presso il Comune di Belmonte Castello e nel 1938 presso il Municipio di Atina, dopo il quale si è ritirato per quiescenza.

Dall’entrata in guerra, da maggio 1915 a tutto il 1919,  il segretario Ricciotti tenne l’amministrazione dei fondi pei sussidi alle famiglie dei militari richiamati o trattenuti alle armi. Curò il rientro di parecchi disertori e in varie continuate conferenze pubbliche e private in Alatri e fuori predicò specialmente dopo il disastro di Caporetto, la resistenza interna. Disimpegnò il servizio dell’ufficio notizie tenendo sempre altro lo spirito nazionale. Predicò sempre i principi di fratellanza e di pace sotto l’egida delle istituzioni che ci reggono. Fu sempre a capo di ogni movimento, diretto a mantenere saldo e fermo il principio della italianità e della fedeltà al Re e alla Patria

Dal libro “Alatri ed il suo vernacolo” di Padre Igino da Alatri, edizione pubblicata il 06/09/1986 per i tipi delle Arti Grafiche Tofani dalla Soc.Cooperativa Cultura e Territorio – Archeoclub, nella”Storia Pupulara, racconti su Alatri davanti il camino”, a  pag. 157  viene cosi descritto:

Con l’amico Gerardo Celebrini  ha composto alcune canzoni ancora molto conosciute ed eseguite negli ambiti delle tradizioni popolari ciociare; infatti nel 1900 in occasione della fiera della Maddalena (che ricorre il 22 luglio), scrissero  le parole (Celebrini) e la musica (Ricciotti) delle canzoni alatrensi “L’Arca“, “Gli culacchiegli“, “Juccia“, “La cipolla“, “La tesserella“, “La ciammotta“.

In occasione della morte del caro amico Celebrini  avvenuta nel febbraio del 1930, fu chiamato,  in nome ed in rappresentanza del generale Turano,  Commissario Prefettizio, a porgere  il saluto della cittadinanza  e dell’Amministrazione Comunale .

E’ morto  il 23 Dicembre 1943

(Si ringrazia Filippo Petricca)